martedì 17 dicembre 2013

Alessandro Manzoni: Vita con percorso letterario - Manuale Tellus





ALESSANDRO MANZONI
Vita con percorso letterario


Vita (Milano, 1785 – 1873). Probabilmente padre naturale del Manzoni fu il nobile milanese Giovanni Verri, con il quale Giulia Beccaria aveva una relazione fin da prima di sposare controvoglia il conte Pietro Manzoni, un gentiluomo di campagna che non le si addiceva né per età né per gusti di vita. Giulia era figlia del grande illuminista Cesare Beccaria, autore del celebre saggio Dei delitti e delle pene(1764), nel quale era stata propugnata, con persuasiva efficacia, l’abolizione della tortura e della pena di morte.
Dall’età di sei anni il Manzoni studiò presso collegi religiosi a Merate, Lugano e Milano, mentre la madre, dopo la separazione dal marito, si tra­sferiva a Parigi insieme al conte Carlo Imbonati. Il giovane Manzoni ricevette un’educazione di tipo classicistico, risentendo nello stesso tempo delle suggestioni illuministiche che gli derivavano dalla famiglia materna, e prediligendo negli studi il Parini e l’Alfieri, per la loro moralità, e il Monti, per l’eleganza dei suoi versi.
Uscito di collegio a quindici anni, il Manzoni scrisse il Trionfo della libertà, un poema inneggiante, in forme artistiche ancora acerbe, alla Rivo­luzione francese e all’ideale repubblicano. Sino a vent’anni fu praticamente solo, conducendo la vita piuttosto dissipata del giovane patrizio ben provvisto di mezzi, ma anelando anche ad emergere nel campo delle lettere. Infatti strinse amicizia con il Monti, conobbe il Foscolo ed ebbe molto da imparare dagli esuli napoletani Francesco Lomonaco e Vincenzo Cuoco, scampati alla rovina della Repubblica Partenopea del 1799. Soprattutto dal Cuoco, autore del Saggio storico sulla rivolu­zione napoletana del 1799, Manzoni derivò l’interesse per la storia, alla luce del pensiero del filosofo napoletano Giambattista Vico, e la convin­zione che la libertà è una conquista lenta, possibile soltanto dopo l’educa­zione dei cittadini.

A questi anni risalgono alcuni sonetti tra i quali Autoritratto, l’idillio Adda, dedicato al Monti, e quattro Sermoni di ispirazione pariniana e alfieriana. In questi componimenti si delinea già il carattere inconfondibile del Manzoni, con la sua austera moralità, la fermezza dei propositi e l’assenza di ogni abbandono sentimentale.
Nel 1805, invitato dalla madre, si recò a Parigi dove trascorse, salvo qualche interruzione, cinque anni decisivi per la sua formazione e per la sua vita. Per consolare la madre della perdita dell’uomo amato, compose nello stesso anno il carme In morte di Carlo Imbonati, l’opera giovanile più importante perché vi è espresso un programma di vita nel quale già si rivela la moralità del futuro uomo e scrittore.
Favorito dalle amicizie della madre, che era donna colta e ricca dl interessi, il Manzoni frequentò alcuni salotti letterari nei quali un gruppo di intellettuali - i cosiddetti Ideologi - manteneva vive le idee della Rivoluzione francese. Particolarmente affettuosa fu l’amicizia stretta con lo storico e letterato Claudio Fauriel, uno dei divulgatori, insieme a Mme de Staël, del Romanticismo in Francia. A lui il Manzoni dedicò Urania (1809), poema neoclassico elegante ma ben lontano dall’autentica ispirazione del giovane autore, che scrisse all’amico: «Sono scontentissimo di questi miei versi, soprattutto per la loro totale mancanza d’interesse; d’or innanzi ne scriverò forse di più brutti, ma di simili a questi mai più». Un chiaro segno della volontà del Manzoni di cercare nuove vie di più solido impegno. Negli anni trascorsi a Parigi egli arricchì ulteriormente le sue conoscenze, trovando conferma agli ideali liberali e umanitari e all’interesse per la storia.
Nel 1808 sposò Enrichetta Blondel, di origine svizzera e di religione calvinista, la quale ben presto si convertì al cattolicesimo. Stimolato dall’esempio della moglie, il Manzoni passò da un atteggiamento religioso piuttosto tiepido all’inquietudine della ricerca e dopo lunghi studi e approfondite riflessioni pervenne nel 1810 alla conversione al cattolicesi­mo, con il proposito, mai tradito, di fare della fede una norma totale di vita. Trasferitosi a Milano nello stesso anno, vi rimase quasi ininterrot­tamente per il resto della sua lunga vita, dimorando ora in città ora nella villa che possedeva a Brusuglio.
Dal 1812 al 1827 in un regime di vita lineare interrotto solo nel 1819-1820 da un viaggio a Parigi per motivi di salute, il Manzoni esaurì la sua breve ma intensa fase creativa, componendo gli Inni sacri, le tragedie Il conte di Carmagnola eAdelchi, e I promessi sposi. Fra le tragedie e il romanzo vanno ricordate leOsservazioni sulla morale cattolica, importan­ti non per l’arte ma per il pensiero del Manzoni. Aderì al Romanticismo, fornendo contributi originali di elaborazione teorica. Nel 1827, dopo la prima edizione dei Promessi sposi, si recò a Firenze per attingere diret­tamente al parlato toscano prima di procedere a una paziente revisione linguistica dell’opera.
Dopo l’edizione definitiva del romanzo (1840-42), il Manzoni si dedicò a studi storici e linguistici: Storia della colonna infame (1842); Saggio comparativo sulla rivoluzione francese del 1789 e la rivoluzione italiana del 1859 (Lasciato incompiuto e pubblicato postumo); uno studio sulla lingua italiana rimasto anch’esso incompiuto e pubblicato postumo con il titolo Sentir Messa.
Circondato da una larga fama e dal rispetto generale, il grande scrit­tore visse in modo appartato e discreto, a causa del suo carattere riservato e di certi disturbi nervosi che lo travagliarono quasi tutta la vita. Per le stesse ragioni non partecipò alla politica attiva, ma seguì sempre con at­tento interesse le vicende del nostro Risorgimento. Morta l’amatissima Enrichetta nel 1833, quattro anni dopo il Manzoni si risposò con Teresa Borri Stampa. Ma la sua lunghissima vita continuò ad essere turbata da numerosi lutti familiari, sopportati con cristiana e ferma rassegnazione: la morte della madre, della seconda moglie e di sei degli otto figli. (Sulla famiglia Manzoni ha scritto un ottimo romanzo biografico Natalia Ginzburg ed anche Celati con il suo Manzoni). Nel I861 fu nominato senatore e ricevette la visita di Cavour e di Garibaldi.
Nel primo anniversario della sua morte Giuseppe Verdi fece eseguire la Messa da requiem a lui dedicata.

La formazione intellettuale e letteraria. Mentre Leopardi esprime, al livello più alto, la componente lirica del Romanticismo italiano, Manzoni è l’au­tore che da una parte arriva a fornire il quadro teorico più organico e più avanzato del movimento romantico lombardo e dall’altra ne attua nella forma più compiuta la tendenza realistica.
La formazione intellettuale, morale e letteraria del Manzoni deriva da tre componenti:l’Illuminismo, la conversione al cattolicesimo, il Roman­ticismo.

Manzoni e l’Illuminismo. Già nell’infanzia il Manzoni assorbì idee illuministiche nell’ambiente familiare attraverso la madre Giulia Beccaria e le relazioni di questa con gli ambienti milanesi colti, dove era sempre viva l’eredità lasciata dal gruppo del famoso periodico Il Caffè (1764-66). Gli anni trascorsi a Parigi (1805-1810) confermarono e arricchirono le convinzioni che il giovane Manzoni si era già formato a Milano. Infatti, l’amicizia allacciata con gli Ideologi e in particolare con il Fauriel, rafforzò in lui il senso morale già per sé saldo; l’apertura verso le idee di libertà uguaglianza e giustizia; l’insofferenza per gli schemi precostituiti sia in campo politico-sociale sia nell’attività letteraria; la fiducia nella funzione educativa della letteratura.
Ma con l’illuminismo il Manzoni ebbe un confronto critico, in quanto rifiutò quelle componenti che contrastavano con l’etica e con i fondamenti della fede cristiana, come il deismo (la fede in un Dio astratto, variamente configurato, e lontano dagli uomini) e il materialismo (quest’ultimo accet­tato, invece, da Foscolo e da Leopardi). Infatti, anche prima della con­versione egli era intimamente religioso, pur se talvolta ostentava anticlericali.

La conversione. L’adesione al cattolicesimo fu per il Manzoni il passaggio da un atteggiamento morale già intimamente cristiano a una profes­sione aperta della fede, tale da coinvolgere pienamente la sua vita. Del cattolicesimo, studiato profondamente nella dottrina, lo scrittore esaltò soprattutto le componenti evangeliche della giustizia e della donazione di sé agli altri. Un po’ per il suo rigorismo morale, un po’ per influsso della moglie Enrichetta educata al calvinismo, il Manzoni risentì in qualche mo­do di certe tendenze giansenistiche dei sacerdoti che ebbe come direttori spirituali, Eustachio Dègola a Parigi e Luigi Tosi a Milano. (Il giansenismo, che prende nome dal vescovo olandese Cornelio Giansenio, 1585-1638, fu una dottrina che professò un severo rigore morale, necessario perché l’uomo nasce con l’inclinazione al peccato e non è sicuro di essere nel numero dei predestinati ai quali soltanto Dio concede la Grazia. Questa dottrina, giudicata ereticale dalla chiesa cattolica, si diffuse particolarmente in Francia nel secolo XVIII, ricevendo l’adesione di grandi ingegni come lo scrittore, scienziato e filosofo, Blaise Pascal,1623-1662, finché tramontò verso la fine del sec. XVIII per le condanne e le persecuzioni subite). Tracce gian­senistiche rimarranno in Manzoni nel rigore delle convinzioni morali e nella con­cezione pessimistica della storia (più evidente nelle tragedie).
La conversione esaltò, alla luce degli insegnamenti evangelici, quei principi di libertà, di giustizia e di adesione ai bisogni degli oppressi che il Manzoni era venuto formandosi sino a quel momento. Per questo egli non condivise gli atteggiamenti politici assunti dalla Chiesa durante la Restaurazione (il principio dell’alleanza fra il trono e l’altare) e più tardi auspicherà l’annessione dello Stato Pontificio all’Italia, in quanto peso inutile e dannoso per l’azione schiettamente religiosa della Chiesa. Una posizione, questa, che rivela i caratteri innovatori del cat­tolicesimo manzoniano a differenza degli atteggiamenti degli altri cattolici liberali del tempo. Sul versante letterario, la conversione volle dire per il Manzoni la ricerca di temi nuovi permeati di sostanza morale e socialmente utili.

La poetica romantica del Manzoni. Il Manzoni seguì con fervida ade­sione le polemiche dei romantici contro la vecchia cultura italiana ristretta ai cenacoli letterari, e le loro battaglie per una nuova cultura, basata sul­l’osservazione del presente e quindi indirizzata a un pubblico popolare (cioè, borghese, secondo il significato che la parola popolo aveva in quel periodo). Su queste tendenze di fondo, che si allacciavano alla linea della cultura lombarda più viva nel Settecento - quella illuministica - il Manzoni si trovò pienamente d’accordo, perché corrispondevano sia al suo carattere sia alle sue idee.
Ma anch’egli, come il Leopardi, assunse nei confronti del Romanticismo posizioni autonome, attraverso un serio lavoro di riflessione sui documenti teorici dei romantici sia italiani sia stranieri, oltre che attraverso il ripen­samento critico delle opere che veniva componendo (Inni sacri e tragedie). Senza riserve egli accettò la parte polemica del movimento: rifiuto della mitologia anche in considerazione della sua natura pagana; rifiuto delle regole e dell’imitazione dei classici; fastidio per tutto ciò che sapesse di antiquato e libresco. Per quanto riguarda la parte co­struttiva, la tendenza romantica più rispondente al suo mondo morale e poetico gli parve quella realistica, la più idonea per attuare un programma di educazione di un nuovo e più vasto pubblico di lettori. Diffidò, invece, della componente lirico-individualistica, in quanto, a suo giudizio, com­portava il rischio dell’abbandono sentimentale e dell’invenzione fantastica fuorviante e gratuita.
Le linee della poetica manzoniana sono rintracciabili in molte lettere private, soprattutto quelle indirizzate al Fauriel, ma in special modo in due saggi, scritti anch’essi in forma di lettere: Lettre à M. Chauvet sur l’unité de temps et de lieu dans la tragédie (scritta nel ’20 e pubblicata nel ’23: “Lettera al sig. Chauvet sull’unità di tempo e di luogo nella tragedia”); Lettera “Sul Romanticismo” al marchese Cesare d’Azeglio, scritta come documento privato nel ‘23 e pubblicata parecchi anni dopo. Insieme alle elaborazioni teoriche del Leopardi, rimaste inedite, i due saggi man­zoniani sono l’espressione più alta del dibattito promosso dal Romanticismo.

I principi della poetica manzoniana possono riassumersi in due punti fondamentali: il “vero storico” e il “vero poetico” .

IL VERO STORICO. Manzoni afferma che «la poesia, e la letteratura in genere, deve proporsi l’utile per iscopo, il vero per soggetto e l’interes­sante per mezzo».
L’utile per iscopo. In coerenza con gl’insegnamenti ricevuti dal Parini, dall’Alfieri, dall’Illuminismo e alla luce della sua concezione cristiana, il Manzoni vuole un’arte moralmente e socialmente utile. Le opere lettera­rie devono ispirare, con lo svolgimento delle vicende rappresentate o nar­rate, il naturale desiderio del bene e accrescere il patrimonio spirituale civile del pubblico.
Il vero per soggetto. Il vero è per il Manzoni «l’unica sorgente d’un diletto nobile e durevole», poiché «il falso può bensì trastullar la mente, ma non arricchirla, né elevarla». Il vero viene identificato nella storia che, come il Manzoni ha appreso dagli Ideologi, non dovrà essere più soltanto quella tradizionale dei grandi protagonisti e dei popoli vincitori, ma piuttosto quella delle plebi vinte e oppresse, alle quali gli storiografi non hanno ancora prestato la doverosa attenzione.
L’interessante per mezzo. Per ottenere l’utile come fine, la letteratura deve scegliere argomenti verso i quali la massa dei lettori abbia un interes­se derivante dalla realtà vissuta e presente, «dalle memorie e dalle im­pressioni giornaliere della vita». Sino ad ora, invece, la letteratura ha trattato abitualmente argomenti che hanno interessato la sola classe dei letterati.

Il VERO POETICO. Manzoni afferma che «la poesia completa la storia» poiché mentre lo storiografo accerta i fatti guardandoli dal di fuori, il poeta con la sua sensibilità mette in evidenza un altro vero: il vario agitarsi dei sentimenti nel cuore dei protagonisti della storia.

Vero storico e vero poetico dunque concorrono alla formazione di una letteratura rinnovata che da una da una parte, mettendo in luce i sentimenti dei protagonisti della storia, farà conoscere la grandezza e la miseria dell’uo­mo; dall’altra darà una voce alle sofferenze dei popoli vinti e oppressi, che sono passati sulla terra senza lasciarvi traccia.

Inni sacri. Costituiscono le prime opere poetiche valide del Man­zoni,interiormente rinnovato dalla conversione e proteso all’espressione del proprio autentico mondo morale e sentimentale.

Nel progetto del poeta dovevano essere dodici dedicati ciascuno a una grande festa liturgica, ma ne furono composti solo cinque: quattro fra il 1812 e il 1815 (La Resurrezione; Il nome di Maria; Il Natale; La Passione) e l’ultimo, La Pentecoste, terminato, dopo varie riprese, nel 1822. Rimane unframmento di un sesto inno incompiuto, Ognissanti. L’argomento sacro corrisponde alla nuova sensibilità del Manzoni con­vertito da poco, ma nei temi religiosi si riversa tutta la sostanza umana e culturale del poeta con tutto ciò che gli deriva dalla sua prima formazione illuministica. Dal punto di vista artistico gli Innisacricostituiscono un’im­portante novità perché il Manzoni rifiuta la lirica tradizionale di deriva­zione petrarchesca, come anche quella contemporanea influenzata dal Neoclassicismo, per tendere a poesia sliricata, priva cioè di effusioni sentimentali e tutta fondata, al contrario, sulle verità oggettive che costi­tuiscono il patrimonio della religiosità popolare. Nei primi quattro inni la materia dottrinale non sempre si traduce in immagini poetiche e manca un vigoroso disegno unitario che organizzi ivari elementi in una struttura armoniosa. Anche il linguaggio è disuguale, poiché vi si alternano termini letterari, latinismi e espressioni di origine popolare. Non mancano, tut­tavia momenti di poesia autentica là dove il Manzoni tocca la sostanza sociale del cristianesimo come messaggio di uguaglianza e di liberazione per gli uomini più deboli e più bisognosi. In questi punti traspare già quell’adesione ai problemi degli oppressi e dei derelitti che emergerà compiutamente nei Promessi sposi.
Una robusta struttura unitaria e un’ispirazione più matura distinguono inveceLa Pentecoste, dove la rievocazione della discesa dello Spiri­to Santo sugli Apostoli si svolge in un ampio quadro di sintesi storica, e la necessità dell’azione perenne di Dio a favore dell’uomo viene espressa in una calda e vibrante preghiera, che il Manzoni innalza a nome di tutta l’umanità bisognosa di sostegno, di correzione, di conforto.

Le Odi. Sono due: Marzo 1821 e Il Cinque Maggio.
Il Marzo 1821 fu scritto durante i moti carbonari piemontesi, quando sembrava che Carlo Alberto si ponesse alla guida di un movimento di libe­razione nazionale. L’ode, rimasta medita per il volgere degli avvenimenti contrario alle speranze dei patrioti, venne pubblicata solo nel 1848 durante l’insurrezione antiaustriaca milanese (le Cinque Giornate di Milano). Oltre che di motivi patriottici, l’ode è intessuta anche di motivi morali e religiosi, che le danno un rilievo tutto particolare, tipicamente manzoniano, nell’ambito della letteratura romantico-risorgi­mentale. La riscossa degli Italiani rientra, secondo il poeta, nella storia degli oppressi che in ogni tempo si sono ribellati agli oppressori, combat­tendo in nome della giustizia sotto il vigile occhio protettore di Dio. I Tedeschi (il poeta chiama così anche gli Austriaci) che hanno combattuto una guerra giusta contro Napoleone, oppressore della loro libertà, non possono - se non tradendo i loro stessi ideali più sacri - restare come oppressori in quell’Italia che è “una d’arme, di lingua, d’altare’.
La visione religiosa della storia e della vita illumina anche la vicenda terrena di Napoleone nel Cinque Maggio: per il Manzoni, que­st’uomo dalle doti eccezionali diventa veramente grande quando nella mi­seria dell’esilio si riconosce strumento di Dio e nella fiducia in lui trova la vera pace interiore.


Le tragedie. Sono due: Il conte di Carmagnola, pubblicato nel 1820 con dedicata al Fauriel, e Adelchi, pubbucato nel 1822 con dedica alla moglie Enrichetta Blondel. Come le tragedie tradizionali, sino in cinque atti in versi, ma per la prima volta non vi si trovano osservate le unità di tempo e di luogo. Il Manzoni, infatti, come scrive nella Lettre a M. Chauvet, crede indispensabile soltanto l’unità d’azione, concepita come unità d’ispirazione e di struttura fondamentalmente necessaria in ogni opera d’arte, mentre ritiene che le unità di tempo e di luogo siano artificiose, inverosimili e limitatrici della libertà delpoeta. Altra novità èla presenza del Coro:uno nel Conte di Carmagnola,duenell’Adelchi.Il Coro, presente nell’an­tica tragedia greca, viene ripreso dal Manzoni comeun cantuccio dove il poeta possa parlare in persona propria, fare cioè le proprie osserva­zioni morali sulle vicende rappresentate sulla scena.
Lo tragedie sono le prime opere nelle quali il Manzoni applica il criterio del “vero” identificato con la storia, quando ormai la sua poetica e la sua ideologia arrivano a un livello di piena maturità. Con la serietà che lo distingueva, prima di affrontare questo nuovo genere lesse le opere di Shakespeare e studiò leLezioni sull’arte e sulla letteratura drammatica del tedesco August Wilhelm von Schlegel, che insieme, al fratello Friedrich era stato tra i fondatori e i massimi teorici del Romanticismo tedesco.
Segno visibile dello scrupolo del Manzoni sono le prefazioni di carattere storico ed estetico alle sue tragedie.

Il conte dl Carmagnola. Tratta la vicenda di un capitano di ventura della prima metà del sec. XV, Francesco di Bussone, conte di Carmagnola. Dopo essere stato al servizio di Filippo Maria Visconti, di cui è diventato genero, Il Carmagnola viene destituito dal duca, geloso delle sue vittorie, e passa al servizio dei Veneziani. Scop­piata la guerra tra Venezia e Milano, combatte contro il Visconti e lo sconfigge nella battaglia di Maclodio (1427). Ma la liberazione dei prigionieri, dettata da un impulso di generosità, e la conduzione piut­tosto fiacca della guerra insospettiscono il Senato veneziano, che accusa il Carmagnola di tradimento e lo condanna a morte. Tra i senatori c’e Marco, amico del Carmagnola. Questi vorrebbe salvarlo, ma sul senti­mento dell’amicizia deve far prevalere l’interesse dello Stato, sia pure con una decisione molto sofferta. Rimasto solo, il Carmagnola sale sul patibolo dopo aver dato l’ultimo saluto alla moglie e alla figlia.

Il senso della tragedia è pessimistico, poiché la storia appare al Manzoni come il regno della violenza che fa soccombere un innocente e fa piegare alle ragioni della politica le ragioni del cuore, anche se il poeta tempera la sua visione negativa con la luce della fede che alla fine consola il Carmagnola. Ma la conclusione è come giustapposta all’intera vicenda, che risulta costruita quasi su due protagonisti diversi: dapprima il Carma­gnola uomo d’armi, poi il Carmagnola uomo di fede, senza un trapasso plausibile e convincente da una configurazione all’altra. Oltre la mancata unità del personaggio principale, c’è nella tragedia una certa rigidità nella contrapposizione di valori positivi e di valori negativi. Non mancano tut­tavia momenti felici, come il soliloquio di Marco, lacerato tra i doveri dell’amico e quelli dell’uomo di Stato, e come il Coro (S’odea destra uno squillo di tromba...), nel quale il Manzoni, descrivendo la guerra tra Vene­ziani e Milanesi, lancia un richiamo indiretto agli Italiani del suo tempo affinché abbandonino le discordie e le lotte fratricide.
Di esito molto più felice, anzi vero capolavoro, è l’ Adelchi nel quale il Manzoni si ispira alle vicende che determinarono la fine del Regno longobardico in Italia tra il 772 e il 774.

Adelchi. Ermengarda, sposa ripudiata di Carlo re dei Franchi, torna a Pavia presso il padre Desiderio, re dei Longobardi, e il fratello Adelchi, con il proposito di ritirarsi in un convento. Poco dopo giunge un messaggero di Carlo che intima a Desiderio di restituire a papa Adriano I le terre della Chiesa che ha strappato con la forza. I duchi longobardi sono divisi: alcuni propongono di rifiutare l’ordine e di combattere contro i Franchi; altri, incerti, si aggregano a Svarto, un semplice solda­to che complotta contro Desiderio. La guerra viene dichiarata e Carlo scende in Italia. Trova uno sbarramento insuperabile eretto dai Lon­gobardi alleChiuse e sta per tornarein Francia, quando il diacono Martino, mandato dall’arcivescovo di Ravenna, gli rivela l’esistenza di un passaggio segreto per i monti che gli consente di sorprendere alle spalle i Longobardi. La battaglia divampa, mentre gli Italiani, ridotti alla condizione di servi, si illudono nella liberazione da parte dei Fran­chi. Adelchi, anche se è contrario alla politica del padre e si è battuto per evitare la guerra, combatte valorosamente per difendere il padre e l’onore del regno. Molti duchi, invece, guidati da Svarto, tradi­scono il loro re e si arrendono a Carlo. Intanto Ermengarda muore nel convento di S. Salvatore a Brescia. I Longobardi vengono sconfitti e la tragedia si conclude nella tenda di Carlo dove viene portato Adelchi ferito a morte, al cospetto del vincitore Carlo e del padre Desiderio fatto prigioniero.

La tragedia è sorretta da una vigorosa struttura nella quale “vero storico”, e “vero poetico” si integrano perfettamente. Nel grandioso quadro degli avvenimenti storici si manifestano i vari e contrastanti sentimenti degli uomini: da una parte quelli che agiscono in nome della politica (Desiderio e Carlo) o della divorante ambizione (Svarto e Guntigi); dall’altra le due figure più care al Manzoni, Adelchi ed Ermengarda, che agiscono in nome della giustizia e della pietà. Anche se i caratteri degli altri personaggi sono ben approfonditi, lo spazio maggiore è riservato a loro, creature buone e generose che con la sofferenza accettata e patita riscattano le ingiustizie commesse dal loro popolo. Adelchi, costretto dalla devozione filiale e dal senso dell’onore a combattere una guerra che intimamente gli ripugna, vive drammaticamente la contraddizione tra gli ideali di giustizia e la realtà terrena fatta di violenza e di sangue. Incarnazione del pessimismo cristiano del Manzoni, egli è convinto che sulla terra non esista spazio per chi voglia combattere per un ideale giusto e puro, poiché non è pos­sibile evadere dalla condizione di oppressori o di oppressi: “loco a gentile,/ad innocente opra non v’è: non resta/che far torto o patirlo. Una feroce / forza il mondo possiede, e fa nomarsi/dritto” (Atto V, Scena VIII). Il dramma si risolve solo nella rasserenante fiducia in Dio, al quale Adelchi si rivolge, sublimato dal dolore, pregandolo di accogliere la sua “anima stanca”.
I medesimi ideali e le medesime sofferenze sono in Ermengarda, tra­sfusi in una sensibilità più delicata e più trepida. Ripudiata perché sterile, la sua umiliazione è resa più cruda dall’amore fortissimo che sente ancora per Carlo. Vittima degli oppressori, come Adelchi e come tutte le donne italiane che hanno patito per colpa dei Longobardi, anche lei trova con­forto nella fede e diviene, nel bellissimo Coro che la riguarda (Sparsa le trecce morbide...), il simbolo stesso della sofferenza accettata con cristiana adesione agli imperscrutabili disegni di Dio, a quella “provida sventura” che sa trasformare in bene il male della vita e della storia.
Per la perfetta; fusione tra motivi ideologici e motivi sentimentali Adelchi è la più bella tragedia del teatro romantico italiano.
     

 I Promessi sposi. L’ispirazione del Manzoni a un’arte veramente popo­lare, che desse lo spazio dovuto alla categoria degli umili e degli oppressi, fornendo insieme profonda lezione di moralità, trova il pieno raggiun­gimento nel romanzo.
Mentre all’estero il genere letterario  “romanzo” conosceva da tempo una larga fortuna, in Italia veniva disdegnato dai più come un sottopro­dotto letterario. Il Manzoni, con un atto di grande coraggio, scelse di scrivere un romanzo come opera di maggiore impegno, una volta convin­tosi che la prosa narrativa aveva in sé grandi possibilità di interessare, e quindi educare, un vasto pubblico. Gli giovò la lettura dei romanzi storici dell’inglese Walter Scott (1771-1832), in particolareIvanhoe, in quanto gli offriivano un percorso nuovo per l’unione di storia e fantasia, in una prospettiva e in uno spazio ben più ampi di quanto potesse ottenere con un’opera teatrale. Si guardò bene, però, dal seguire da vicino le orme dello Scott, poiché quello che interessava a 1ui non era l’intreccio avventuroso, lo spirito romanzesco, bensì la rappresentazione della vita di un po­polo nélla sua autentica realtà umana e sociale, in una cornice storica rigorosamente accertata (“vero storico” e “vero poetico”).
L’elaborazione del romanzo fu preceduta e accompagnata da un inten­so lavoro di riflessione, come attestano le lettere al Fauriel, in una delle quali il Manzoni scriveva: “Faccio quanto posso per imbevermi dello spiri­to del tempo, per viverci dentro (...) Quanto al progresso della vicenda, all’intreccio, ritengo che il mezzo migliore sia di fare il contrario di quello che han fatto gli altri, di applicarmi a considerare nella realtà il modo di comportarsi degli uomini e di considerarlo appunto in ciò che esso ha di opposto allo spirito romanzesco”.
Dopo una prima stesura dal 1821 al 1823 con il titolo Fermo e Lucia, il Manzoni attese al totale rifacimento del romanzo, che pubblicò nel 1827 con il titolo I promessi sposi (titolo sostituito, mentre il libro era in corso di stampa, al precedente Gli sposi promessi).Esaurita la fase creativa, lo scrittore dedicò circa quindici anni alla revisione linguistica dell’opera, attingendo con ampia libertà al “fiorentino parlato dalle persone colte” (la famosa risciacquatura del romanzo in Arno, nell’intento di renderla facilmente comprensibile al maggior numero possibile di lettori. L’edizione definitiva venne pubblicata a dispense tra il 1840 e il 1842. I promessi sposi sono dunque il risultato di una fatica sfibrante del Manzoni, che vi profuse tutte le energie senza risparmio, dagli scru­polosi studi storici, all’ideazione, alle due stesure che comportarono tagli
e rifacimenti, per arrivare alla totale rielaborazione linguistica.
La vicenda èambientata in Lombardia, tra il 1628 e il 1631, durante la dominazione spagnola in Italia, quando si svolgevano le guerre del Monferrato e della Valtellina, momenti “secondari” della terribile guerra dei Trent’anni (1618-1648) che devastò l’Europa e l’Italia, seminando ovunque rovine, carestia e pestilenza.

Il romanzo prende avvio dall’impedimento del matrimonio di due filatori di seta, Renzo Tramaglino e Lucia Mondella, ad opera di don Rodrigo, un signorotto prepotente e spregiudicato che ha facile presa su don Abbondio, il parroco che dovrebbe celebrare le nozze. Agnese, madre di Lucia, tenta di superare l’ostacolo mandando Renzo a consultare un avvocato, il dottor Azzeccagarbugli,senza sa­pere che costui è abituale ospite della mensa di don Rodrigo. Fallito questo tentativo, Agnese organizza un matrimonio di sorpresa in casa del curato, mentre Lucia invoca l’aiuto di padre Cristoforo, un fra­te santo e coraggioso.Questi si reca in casa di don Rodrigo per convincerlo a desistere dal suo proposito, ma non riesce a piegare il cuore del signorotto tracotante e puntiglioso. Il matrimonio di sorpresa fallisce, mentre per una serie di cause nel villaggio si sca­tena una grande confusione e Lucia corre il rischio di essere rapita dai bravi di don Rodrigo. Interviene padre Cristoforo che, in attesa di momenti più propizi, manda Lucia e Agnese a Monza, presso il con­vento della Signora, e Renzo a Milano, affidandolo alla prote­zione di un confratello, il padre Bonaventura. Il giovane, però, si lascia coinvolgere nel tumulto scoppiato a Milano a causa della carestia e, dopo aver rischiato la prigione, scappa a Bergamo presso un cugino. Lucia viene rapita e portata al castello di un truce signore, l’Innominato, il quale, già in uno stato d’inquietudine, viene colpito dall’atteggiamento della ragazza e con l’aiutodel cardinale Federigo Borromeo si converte. Lucia viene liberata, riconsegnata a sua madre e quindi affidata alle cure di donna Prassede, moglie del polvero­so erudito don Ferrante. Intanto in Lombardia imperversa la guerra, arrivano i Lanzichenecchi e scoppia la peste. Renzo, saputo che Lucia si trova a Milano, va a cercarla, ma apprende che la sua promessa è stata colpita dalla peste. La ritrova, ormai guarita, al lazzaretto dove rivede anche padre Cristoforo, il quale libera i due promessi dal­l’ultimo ostacolo, sciogliendo il voto di verginità fatto da Lucia nel castello dell’Innominato. Nel lazzaretto si trova anche don Rodrigo moribondo. Di lì a poco morirà anche padre Cristoforo. Dopo aver seminato morte e miseria, la peste si placa. I due possono finalmente tornare al loro paese e sposarsi.
Le vicende dolorose di renzo e Lucia si concludono quindi felicemente, in armonia con la concezione del Manzoni, fiduciosa – ma non per questo scontata e pacifica - nell’intervento di Dio, il quale non turba mai la gioia dei suoi figli, se non per prepararne loro una più certa e più grande. I guai, afferma il Manzoni alla fine del roman­zo, “quando vengono, o per colpa o senza colpa, la fiducia in Dio li raddolcisce e li rende utili per una vita migliore“.

Mentre nelle tragedie il Manzoni si era soflermato sull’analisi del dramma che si svolge in alcune coscienze individuali di personaggi della “grande storia” (il conte di Carmagnola, Adelchi, Ermengarda), nei Promessi sposi la sua visione morale e l’indagine sull’agire umano si allargano a un’epoca e al dramma di un intero popolo.
Nel romanzo sono presenti tutte le categorie sociali: contadini, artigiani, osti, piccoli e grandi tiranni, uomini di governo, ecclesiastici, in ambienti che vanno dal piccolo borgo alla campagna, alla città. Ma la novità più impor­tante è il ruolo di protagonisti assegnato agli umili senza voce nella storia ufficiale, quelli che don Rodrigo definisce “gente di nessuno”. Sono due popolani, Renzo e Lucia, che muovono le fila del racconto, mentre i potenti vi entrano come figure subordinate alle loro vicende o in funzione di osta­colo (don Rodrigo, il dottor Azzeccagarbugli, il conte zio, il padre provin­ciale, l’Innominato prima della conversione) o in funzione di aiuto (il cardi­nale Federigo, l’Innominato dopo la conversione). Persino della politica e della guerra si parla nel romanzo solo in quanto provocano enormi scia­gure ai due promessi e alla gente buona e semplice come loro. Per la prima volta nella nostra letteratura entra il mondo dei popolani con la sua autentica realtà di ambienti, di costumi, di credenze; un mondo che pur conoscendo la dura fatica del vivere in un’epoca di soprusi, ingiustizie, taglieggiamenti, va avanti con rassegnazione operosa, confortato dalla fiducia in Dio.

Il popolo incarna per il Manzoni i valori positivi della storia, e questo concetto, acquisito definitivamente nel romanzo, viene a temperare in qual­che modo il pessimismo trasfuso nelle tragedie, dove il male presente nella storia non aveva ancora trovato una definitiva spiegazione. Si tratta del popolo delle campagne, che vive con una sua disinvolta naturalezza i valori evangelici dell’amore, dell’onestà, della laboriosità e subisce la violenza senza ribellarsi. Il popolo cittadino che invece provoca una sommossa contro i governanti è visto dal Manzoni con occhio fortemente critico. E’ da osservare che al Manzoni ripugnava ogni forma di violenza, anche quella dettata da rivendicazioni giuste; mentre d’altro canto la sua è l’ideologia del cattolico liberale moderato che auspica sinceramente il miglioramento delle condizioni di vita delle classi inferiori, ma con la guida serena e l’iniziativa generosa delle classi superiori, sulle quali sovrasta il dovere cristiano del  “servizio”, nei confronti di coloro che versano nel bisogno. Visto nell’ottica del Manzoni, questo è un atteggiamento impron­tato a severa moralità, poiché se la vita dev’essere per tutti un “servizio”, particolarmente lo è per i potenti e per i ricchi sui quali incombe la re­sponsabilità del ruolo che ricoprono, responsabilità aggravata dall’ammoni­zione evangelica secondo la quale è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco entri nel regno dei Cieli. Il Manzoni esalta il cardinale Federigo e l’Innominato dopo la conversione in quanto uomini che fanno della donazione di se stessi la norma di vita. Condanna, invece, con sprezzante sarcasmo i politici che con la loro azione dissennata e in nome di una guerra inutile e rovinosa provocano la carestia e la peste nel Ducato di Milano. Inoltre il Manzoni mette in evidenza con fine ironia tutto il vuoto che si cela in coloro che incarnano la stoltezza di un’epoca dominata dal costume spagnolesco del culto del potere per il potere, come è per il Conte zio e per il padre provinciale;dall’asservimento ai potenti, come è per il dottor Azzeccagarbugli; da una scienza astratta, superstiziosa e ridicola, come avviene per don Ferrante. C’è poi, tra i grandi, la categoria di coloro che rifiutano il contatto della Grazia, come don Rodrigo, Egidio, la monaca di Monza: per loro nel romanzo non c’è salvezza, anche se le loro storie scellerate sono in qualche modo redente dalla cristiana pietà del Manzoni.
Ma la scoperta del popolo come fattore positivo della storia non sana del tutto il pessimismo delManzoni, che non arriva mai a concepire l’uomo come vero protagonista della storia. Nell’azione umana egli continua a manifestare sfiducia, poiché tutte le iniziative falliscono, anche quelle delle creature buone e ingenue: Agnese, organizzando il matrimonio di sorpresa, provoca lo scompiglio nel paese e la fuga dei due promessi; Renzo, che a Milano si prodiga generosamente per salvare dal linciaggio il vicario di provvisione, si esalta al punto da rischiare la prigione e deve rifugiarsi a Bergamo. Anche il progetto di padre Cristoforo, emblema di purissima carità evangelica, di mettere al riparo Renzo e Lucia provoca guai mag­giori. Ma dai guai di Lucia nasce la conversione dell’Innominato, chiara dimostrazione di come per il Manzoni al di là delle azioni umane, anche le più generose, vi sia un’azione misteriosa, esaltante ma anche inquietante: l’azione della Provvidenza. Questo è il fondo problematico e tormentoso del cattolicesimo manzoniano, che non è certo un approdo acquietante e definitivo, ma una continua e sofferta ricerca.
Il quadro articolato e complesso della varia umanità che agisce nel romanzo se da una parte è sorretto dalla moralità dello scrittore, dall’altra fluisce in modo naturale, con un ritmo del racconto che ha il sapore delle cose vissute. Nella precisione del quadro storico si integra perfettamente la rappresentazione autentica della vita nella Lombardia del Seicento nelle sue varie manifestazioni. L’arte del Manzonisi dispiega nella mirabile configurazione psicologica dei personaggi, dove scopriamo il segno di un profondissimo conoscitore del cuore umano, nella precisa e varia descrizione di situazioni e di ambienti, da quelli nei quali si muovono gli umili, nella semplicità della loro vita e del loro animo, a quelli dei grandi, arroc­cati nei castelli e nei palazzi di città.
La grande efficacia artistica e la straordinaria fortuna presso il pubblico popolare non sarebbero state raggiunte senza l’attento e severo lavoro di revisione linguistica. Nel Fermo e Luciail Manzoni era ricorso ad un’ordi­tura “di frasi un po’ lombarde, un po’ toscane, un po’ francesi, un po’ anche latine”; nell’edizione del ‘27 c’era già un largo accostamento al toscano; nell’edizione definitiva definitiva il modello del “fiorentino parlato dalel persone colte” portò il Manzoni alla creazione di un linguaggio narrativo moderno che attraverso lo studio scolastico dei Promessi sposi avrà enorme importanza per la formazione del linguaggio medio nelle classiistruite.
La lingua del romanzo, tanto più se confrontata con quella delle opere italiane sia precedenti sia contemporanee, si rivela un miracolo di chiarezza, agilità ed efficacia. Neanche la prosa   foscoliana dell’Ortis può esserle accostata, densa com’è di lirismo e di enfasi sentimentale. Per farsi un’idea della meritoria fatica del manzoni, basta confrontare il linguaggio degli Inni sacri, delle Odi e delleTragedie, ancora dipendente dalla tradizione letteraria, con quello dei Promessi sposi, che proprio per le sue peculiari caratteristiche di agilità e di chiarezza avyiòi1 processo di superamentodella secolare frattura tra linguaggio degli scrittòri e linguaggio del popolo.
Oltre che popolare (aspirazione irrealizzata degli altri romantici italiani) per lessico e ritmo sintattico, la lingua del Manzoni è estremamente arti­colata nell’esprimere sentimenti e pensieri dei vari personaggi a seconda del loro diverso livello sociale e culturale, nel descrivere situazioni storiche e condizioni ambientali, nel commentare qua e là le azioni di questo o quel personaggio. Si passa così dal tono ampio e disteso del racconto storico a quello sostenuto, non privo di reminiscenze oratoria, dei capitoli dedicati al cardinale Federigo, a quello lirico dei momenti intimistici o delle descrizioni paesistiche, a quello comico soprattutto quando appare la figura di don Abbondio, per arrivare al tono colloquiale, affettuoso, il più vero del romanzo, nei dialoghi dei popolani.

Per tutte questo qualità I promessi sposi sono il romanzo italiano più perfetto dell’ottocento e uno dei grandi romanzi della letteratura di tutti i tempi.



Giacomo Leopardi: A Silvia. Analisi con parafrasi - Manuale Tellus di Claudio Di Scalzo





Giacomo Leopardi compose “A Silvia” nella città di Pisa, dal 19 al 20 aprile 1828 e fu pubblicata per la prima volta nell’edizione fiorentina dei Canti nel 1831. È probabile che Silvia ricordi la vita terrena di Teresa Fattorini morta di tisi nel 1818.


            A SILVIA

          Silvia, rimembri ancora
          quel tempo della tua vita mortale,
          quando beltà splendea
          negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
          e tu, lieta e pensosa, il limitare
          di gioventù salivi?

          Sonavan le quiete
          stanze, e le vie dintorno,
          al tuo perpetuo canto,
          allor che all'opre femminili intenta
          sedevi, assai contenta
          di quel vago avvenir che in mente avevi.
          Era il maggio odoroso: e tu solevi
          così menare il giorno.

          Io gli studi leggiadri
          talor lasciando e le sudate carte,
          ove il tempo mio primo
          e di me si spendea la miglior parte,
          d'in su i veroni del paterno ostello
          porgea gli orecchi al suon della tua voce,
          ed alla man veloce
          che percorrea la faticosa tela.
          Mirava il ciel sereno,
          le vie dorate e gli orti,
          e quinci il mar da lungi, e quindi il monte.
          Lingua mortal non dice
          quel ch'io sentiva in seno.
          Che pensieri soavi,
          che speranze, che cori, o Silvia mia!
          Quale allor ci apparia
          la vita umana e il fato!
          Quando sovviemmi di cotanta speme,
          un affetto mi preme
          acerbo e sconsolato,
          e tornami a doler di mia sventura.
          O natura, o natura,
          perché non rendi poi
          quel che prometti allor? perché di tanto
          inganni i figli tuoi?

          Tu pria che l'erbe inaridisse il verno,
          da chiuso morbo combattuta e vinta,
          perivi, o tenerella. E non vedevi
          il fior degli anni tuoi;
          non ti molceva il core
          la dolce lode or delle negre chiome,
          or degli sguardi innamorati e schivi;
          né teco le compagne ai dì festivi
          ragionavan d'amore.

          Anche peria fra poco
          la speranza mia dolce: agli anni miei
          anche negaro i fati
          la giovanezza. Ahi come,
          come passata sei,
          cara compagna dell'età mia nova,
          mia lacrimata speme!
          Questo è quel mondo? questi
          i diletti, l'amor, l'opre, gli eventi
          onde cotanto ragionammo insieme?
          Questa la sorte dell'umane genti?
          All'apparir del vero
          tu, misera, cadesti: e con la mano
          la fredda morte ed una tomba ignuda
          mostravi di lontano.



Struttura metrica: Questa poesia è utile per capire quanto il Leopardi abbia innovato la tradizione metrica della “canzone” rimasta per secoli ingessata nel modello petrarchesco. Più che di “stanze” è infatti opportuno parlare genericamente di “strofe”, data l’estrema libertà con cui esse si sviluppano e si susseguono; abbiamo infatti sei strofe rispettivamente di 6,8,13,12,9,15 versi, all’interno delle quali si alternano, senza alcuno schema fisso, settenari ed endecasillabi: l’unica “regolarità” può individuarsi nel settenario con cui si chiude ogni strofa, in quanto esso rima sempre con uno dei versi precedenti.
C’è inoltre un’altra caratteristice metrica, tipica del Leopardi più maturo: spesso, all’interno degli endecasillabi, le cesure logiche evidenziano dei veri e propri settenari (...e tu lieta e pensosa //il limitare;... e quinci il mar da lungi//e quindi il monte...). E’ come se ci trovassimo davanti a una duplice struttura metrica: la prima espressa graficamente, la seconda, più intima e segreta, nascosta all’interno della prima.


Analisi - Il canto è uno dei più famosi della poesia leopardiana: la voce con cui, dopo leOperette morali, Leopardi torna a scrivere versi. Inaugura i “Grandi idilli” e cioè una poesia che va oltre quella dei “Piccoli idilli” – incentrata su vicende soggettive – per abbracciare un contenuto universale attraverso la riflessione sulla condizione umana.
Il canto si divide in due parti; la prima ha carattere rievocativo, secondo la poesia della memoria, la seconda ha carattere riflessivo.
Nella prima parte, vv 1-39, il poeta si rivolge a Silvia, che alcuni studiosi identificano in Teresa Fattorini, figlia del cocchiere di Casa Leopardi, morta giovanissima di tisi nel 1818 e le domanda se ricorda ancora, dopo tanti anni, i giorni felici in cui si affacciava alla giovinezza, quando anche nel cuore del poeta fioriva la fiducia nella vita e anche lui, come Silvia, concepiva pensieri soavi, speranze e affetti intensi, e bella gli appariva la vita e bello il fato. Ma tutto questo incanto svanì al contatto con la realtà, per colpa della Natura, perché essa non mantiene quello che promette negli anni della giovinezza e dell’adolescenza.
Nella seconda parte (vv. 40-fine) il Leopardi stabilisce un paragone tra il destino di Silvia e il proprio. Silvia moriva senza veder fiorire la sua giovinezza e senza godere le gioie che essa comporta, come l’udire le lodi della propria bellezza e il ragionare d’amore con le compagne. Poco dopo tramontava anche la speranza di felicità del poeta, al quale, come a Silvia, il fato negò le gioie del giovinezza, l’età in cui le speranze e i sogni dell’adolescenza dovrebbero divenire realtà. Caduti i sogni e le speranze, all’apparir del vero, si attende solo che morte ci liberi dalla miseria e dalle amarezze della vita.

Parafrasi - O Silvia, ricordi ancora, dopo tanti anni dalla tua morte, quel tempo della tua vita mortale (il tempo, cioè, del passaggio dall’adolescenza alla giovinezza), quando la bellezza splendeva nei tuoi occhi lieti e schivi, ritrosi per pudore (fuggitivi; altri intendono “mobili”, per la curiosità di posarsi sui vari aspetti della vita), e tu lieta e insieme pensosa, ansiosa per il tuo avvenire, varcavi la soglia(il limitar) della (tua) giovinezza?
Risuonavano le stanze tranquille, e le vie dintorno, al tuo continuo canto, allorché sedevi intenta ai lavori femminili della tessitura, assai contenta di quelvago (bello, ma anche incerto, misterioso) avvenire che avevi in mente. Era il maggio profumato di fiori, e tu solevi trascorrere il tempo tessendo, cantando e fantasticando.
Io talora, interrompendo gli studi letterari a me graditi e i faticosi studi eruditi (le sudate carte), in cui si consumava la mia prima giovinezza (il tempo mio primo) e la parte migliore di me (cioè la salute, le mie migliori energie vitali), dai balconi della casa ascoltavo il suono della tua voce, ed il rumore del pettine manovrato dalla tua mano che secondava la tela faticosa a lavorarsi.
La gioia che m’ispirava il tuo canto mi riconciliava con la vita, perciò guardavo il sereno, le vie dorate dalla luce del sole e i campi fioriti (gli orti), e da un lato il mare Adriatico lontano, dall’altro l’Appennino (il monte). Nessuna parola umana(lingua mortale) potrebbe esprimere quanto io sentivo nel cuore.
Che pensieri deliziosi (soavi), che speranze, quali sentimenti (cori), o Silvia mia: Come ci apparivano felice allora la vita ed il destino di noi viventi!
Quando mi torna alla mente il ricordo di così grande speranza, mi opprime un sentimento doloroso ed inconsolabile (sconsolato) e si riaccende in me il dolore della mia sventura
O natura, o natura, perché non mantieni poi, negli anni maturi, quello che prometti allor, negli anni giovanili quando tutto sembra bello e facile da realizzare? Perché inganni del tutto (di tanto) i figli tuoi?

La seconda parte – come accennato – è di carattere riflessivo.
Tu, prima che l’inverno col suo gelo inaridisse le erbe in autunno, assalita e vinta da un male che covava nascosto nel tuo organismo morivi simile a una tenera pianta, e non vedevi il fior degli anni tuoi, non godevi, cioè, le gioie della giovinezza simboleggiate dal fiore; non ti blandiva (molceva) il cuore la dolce lode ora delle nere chiome ora degli sguardi innamorati e schivi; né le compagne nei giorni festivi parlavano d’amore con te.
Anche la mia dolce speranza si spegneva poco dopo: come a te, anche alla mia vita i fati negarono le gioie della giovinezza.
Ahi, come, come sei passata, in modo orriversibile, o cara compagna della mia giovinezza o mia rimpianta speranza! Questo è quel mondo, così meraviglioso che sognavamo insieme? Questo è il destino di tutti gli uomini?
Quando apparve la realtà, tu o misera (la speranza), cadesti e con la mano mostravi di lontano la fredda morte e una tomba ignuda abbandonata, senza conforto.




domenica 8 gennaio 2012

Il Decadentismo in Italia. In sintesi vita e opere di Gabriele D'Annunzio e Giovanni Pascoli. A cura di Claudio Di Scalzo



DECADENTISMO IN ITALIA

 In Italia, dove la trasformazione economica in senso capitalistico avvenne in ritardo e in modo repentino, il Decadentismo non assunse il carattere radicale e dirompente che ebbe nella vicina Francia. Diversa è soprattutto la concezione della figura del poeta, il quale mantiene una funzione di guida culturale della società, al contrario di quanto avviene in Francia, dove si riconosce nell’isolamento la condizione del poeta, costretto ai margini di una società che non gli permette di vivere. Esemplare è la figura di D’Annunzio, poeta e letterato, ma anche uomo pubblico e straordinario precursore della moderna società dello spettacolo, che si atteggia a vate e condottiero degli spiriti più nobili e arditi della nazione.D’Annunzio crea il mito di se stesso, l’intellettuale più celebre e chiacchierato dell’epoca in Italia. Tenne conto con grande tempismo delle esperienze letterarie straniere contemporanee. La sua poesia divenne in breve il modello di riferimento (sia in positivo che in negativo) della generazione di poeti contemporanea e di quella successiva. La sua sensibilità straordinaria investe il mondo dei sentimenti, quello della natura e quello dell’arte, e la sua affascinante scrittura, ricca e suggestiva, ne costituisce la più appropriata traduzione in termini letterari.
I maggiori scrittori decadenti furono, oltre a D’Annunzio, Pascoli e Fogazzaro. In particolare Pascoli possiede una sensibilità che gli permette di entrare in contatto con il mondo che egli canta senza mediazioni razionali o intellettuali, e la sua poesia rende conto di questa magica sintonia. Lo fa con termini molto precisi, anche di uso comune, con versi spezzati e interrotti, con una ricerca sul suono che vuole ridare la suggestione degli oggetti di tutti i giorni e degli ambienti modesti che sono la base della sua ispirazione.
Quindi la rottura col Positivismo è già sancita dallo sviluppo delle poetiche decadenti e dall’opera sopra citata di Pascoli e D’Annunzio, ma c’è da dire che è proprio all’inizio del secolo che l’offensiva contro la cultura che aveva dominato la scena fino alla seconda metà dell’Ottocento si fa esplicita e imponente. La nuova mappa dell’uomo contemporaneo, non più padrone di se stesso e del mondo ma condizionato da quell’insieme di elementi che Freud, negli stessi anni, veniva definendo come inconscio, è stata consegnata alla nostra letteratura dall’opera geniale di Svevo e Pirandello.


GIOVANNI PASCOLI (1855-1912)

Biografia
La poesia di Pascoli è caratterizzata da una metrica formale con endecasillabi sonetti e terzine coordinati con grande semplicità. Nonostante la classicità della forma esterna, Pascoli ha saputo rinnovare la poesia nei suoi contenuti, toccando temi fino ad allora trascurati dai grandi poeti, capace di far capire nella sua prosa il piacere delle cose più semplici viste con la sensibilità infantile che ogni uomo porta dentro di sé.
Pascoli è sempre stato nella vita un personaggio malinconico, rassegnato alle sofferenze della vita e alle ingiustizie della società, convinto che la società che predominava in quel periodo fosse troppo forte per essere vinta. Nonostante ciò seppe conservare un senso profondo di umanità e di fratellanza.
Giovanni Pascoli nacque il 31 dicembre 1855 a San Mauro di Romagna (provincia di Forlì), quarto di dieci fratelli.
Il padre Ruggero era amministratore della tenuta La Torre dei principi di Torlonia. L'ambiente famigliare, di tipo patriarcale e tradizionalmente legato ai valori della cultura agreste, gli garantì fino all'età di dodici anni serenità e sicurezza: poté così frequentare il liceo Raffaello di Urbino, assai rinomato negli stati pontifici e nella vicina Romagna, regione di antiche tradizioni umanistiche.

Myricae
Il libro Myricae, è una delle raccolte di poesie più amate del Pascoli. Ed è anche la prima raccolta vera e propria del Pascoli. Il titolo riprende una citazione di Virgilio all'inizio della IV Bucolica in cui il poeta latino proclama di innalzare il tono poetico poiché «non a tutti piacciono gli arbusti e le umili tamerici». Pascoli invece propone “quadretti” di vita campestre in cui vengono evidenziati particolari, colori, luci, suoni i quali hanno natura ignota e misteriosa. Il libro crebbe per il numero delle poesie in esso raccolte. Nel1891, data della sua prima edizione, il libro raccoglieva soltanto 22 poesie dedicate alle nozze di amici. Nel 1903, la raccolta definitiva comprendeva 156 liriche del poeta. I componimenti sono dedicati al ciclo delle stagioni, al lavoro dei campi e alla vita contadina. Le myricae, le umili tamerici, diventano un simbolo delle tematiche del Pascoli ed evocano riflessioni profonde. La descrizione realistica cela un significato più ampio così che, dal mondo contadino si arriva poi ad un significato universale. La rappresentazione della vita nei campi e della condizione contadina è solo all'apparenza il messaggio che il poeta vuole trasmettere con le sue opere. In realtà questa frettolosa interpretazione della poetica pascoliana fa da scenario a stati d'animo come inquietudini ed emozioni. Il significato delle Myricae va quindi oltre l'apparenza. Nell'edizione del 1897 compare la poesia “Novembre”, mentre nelle successive compariranno anche altri componimenti come “L'Assiuolo”. Pascoli ha dedicato questa raccolta alla memoria di suo padre «A Ruggero Pascoli, mio padre».

I primi componimenti occasionali
Al periodo degli studi liceali risalgono alcuni componimenti d'occasione, in versi, che vanno visti alla luce delle esercitazioni retoriche in uso a quel tempo negli istituti religiosi. Ma sicuramente la fantasia di Pascoli cominciava già a elaborare, a livelli profondi, tutte quelle impressioni sentimentali e ambientali che le tragedie famigliari avevano scaricato su di lui..

Il punto di rottura
Il punto di rottura avvenne con la detenzione nel carcere di Bologna, in seguito a una retata della polizia tra i socialisti che avevano organizzato una manifestazione contro il governo per la condanna dell'anarchico Filippo Passanante. L'isolamento forzato - dopo la goliardica esperienza dell'università e dell'impegno politico nei movimenti della sinistra - lo costrinse forse a riflettere su di sé. È da qui che cominciò quella che la critica storica ha registrato come la regressione infantile di Pascoli.

La morte del padre
Il 10 agosto del 1867 il padre Ruggero venne assassinato con una fucilata mentre tornava a casa da Cesena. Le ragioni e gli autori del delitto rimasero per sempre oscuri, almeno ufficialmente. Ma il trauma lasciò segni profondi nella vita di Giovanni. La famiglia cominciò dapprima a perdere il proprio status economico e poi a subire una serie impressionante di altri lutti, disgregandosi: costretti a lasciare la tenuta, l'anno successivo morirono la madre e la sorella Margherita, nel '71 il fratello Luigi e nel '76 il fratello maggiore Giacomo, che aveva tentato di ricostituire il nucleo famigliare. Pascoli dovette lasciare il liceo di Urbino, ma poté continuare gli studi a Firenze grazie all'interessamento di un suo professore.

La formazione letteraria
La fase cruciale della formazione letteraria di Pascoli va fatta risalire ai nove anni trascorsi a Bologna come studente alla Facoltà di Lettere (1873 - 1882). Allievo di Carducci, Pascoli visse nella cerchia ristretta dell'ambiente creatosi attorno al grande poeta gli anni più movimentati della sua vita.
Qui, protetto comunque dalla naturale dipendenza tra maestro e allievo, Pascoli non ebbe bisogno di alzare barriere nei confronti della realtà, dovendo limitarsi a seguire gli indirizzi e i modelli del suo corso di studi: i classici, la filologia, la letteratura italiana.
Nel '75 perse la borsa di studio e con essa l'unico mezzo di sostentamento su cui poteva contare. La frustrazione e i disagi materiali lo spinsero verso il movimento socialista in quella che fu l'unica breve parentesi politica della sua vita. Nel 1879 venne arrestato e assolto dopo tre mesi di carcere; l'ulteriore senso di ingiustizia e la delusione lo riportarono nell'alveo d'ordine del maestro Carducci e al compimento degli studi con una tesi sul poeta Poesia greca Alceo.

L’atteggiamento positivista
Era un atteggiamento positivista “romanticheggiante” che tendeva a vedere nella natura l'aspetto pre-cosciente del mondo umano.
Coerentemente con questi interessi, vi fu anche quello per la cosiddetta “filosofia dell'inconscio” del tedesco Eduard von Hartmann, l'opera che aprì quella linea di interpretazione della psicologia in senso anti-meccanicistico che sfociò nella psicanalisi freudiana.

L’interesse per il mondo dell’infanzia
È evidente in queste letture - come in quella successiva dell'opera dell'inglese James Sully sulla “psicologia dei bambini” - un'attrazione di Pascoli verso il “mondo piccolo” dei fenomeni naturali e psicologicamente elementari che tanto fortemente caratterizzò tutta la sua poesia. E non solo la sua.
Per tutto l'Ottocento la cultura europea aveva coltivato un particolare culto per il mondo dell'infanzia, dapprima in un senso pedagogico e culturale più generico, poi, verso la fine del secolo, con un più accentuato intendimento psicologico.
I Romantici avevano paragonato, sulla scia di Vico e di Rousseau, l'infanzia allo stato primordiale “di natura” dell'umanità, inteso come una sorta di età dell'oro.
Verso gli anni '80 si cominciò invece ad analizzare in modo più realistico e scientifico la psicologia dell'infanzia, portando l'attenzione sul bambino come individuo in sé, caratterizzato da una propria realtà di riferimento.
La letteratura per l'infanzia aveva prodotto in meno di un secolo una quantità considerevole di libri che costituirono la vera letteratura di massa fino alla fine dell'Ottocento.

La poetica del fanciullino
Tutto questo ci serve a ricondurre, naturalmente, la teoria pascoliana della poesia come intuizione pura e ingenua, espressa nella poetica del “Fanciullino”, ai riflessi di un vasto ambiente culturale europeo che era assolutamente maturo per accogliere la sua proposta. In questo senso non si può parlare di una vera novità, quanto piuttosto della sensibilità con cui egli seppe cogliere un gusto diffuso e un interesse già educato, traducendoli in quella grande poesia che all'Italia mancava dall'epoca di Leopardi.

La poesia come “mondo” che protegge dal mondo
Dopo la laurea conseguita a Bologna nel 1882 ebbe inizio la sua carriera di professore di latino e greco nei licei di Matera e di Massa. Qui volle vicino a sé le due sorelle minori Ida e Maria, con le quali tentò di ricostituire il primitivo nucleo famigliare. Dal '87 al '95 insegnò a Livorno.
Intanto iniziava la collaborazione con la rivista «Vita nuova», su cui uscirono le prime poesie di Myricae (la raccolta continuò a rinnovarsi in cinque edizioni fino al 1900).
Vinse inoltre per ben tredici volte di seguito la medaglia d'oro al concorso di poesia latina di Amsterdam, col poemetto Veianus e coi successivi Carmina. Nel '94 fu chiamato a Roma per collaborare col Ministero della pubblica istruzione; nella capitale pubblicò la prima versione dei Poemi conviviali (Gog e Magog).

Il poeta e il fanciullino
Uno dei tratti salienti per i quali Pascoli è passato alla storia della letteratura è la cosiddetta poetica del fanciullino, da egli stesso così bene esplicitata appunto nello scritto omonimo apparso sulla rivista Il Marzocco nel 1897.
In tale scritto, Pascoli dà una definizione assolutamente compiuta - almeno secondo il suo punto di vista - della poesia, vista come la perenne capacità di stupirsi tipica del mondo infantile, in una disposizione irrazionale che permane nell'uomo anche quando questi si è ormai allontanato, almeno cronologicamente, dall'infanzia propriamente intesa. Poesia quindi non come ragione o, peggio, come semplice logos, ma come possibilità di attribuire significati alle cose che ci circondano, viste da un punto di vista assolutamente soggettivo.
Pascoli fu anche commentatore e critico dell'opera di Dante e diresse inoltre la collana editoriale “Biblioteca dei popoli”.


GABRIELE D’ANNUNZIO (1863-1938)

La vita
Nasce a Pescara nel 1863 da una famiglia medio-borghese. Studia al collegio “Cicognini” di Prato, una dei più prestigiosi d’Italia, quindi si stabilisce a Roma, dove si iscrive alla facoltà di Lettere, senza però completare gli studi. Appena sedicenne pubblica un libro di poesie intitolato Primo vere, ispirato decisamente al Carducci. A Roma inizia, per il poeta, una più brillante avventura, letteraria e, insieme, umana. Il periodo romano è caratterizzato dalla frequentazione dei salotti, diviene cronista mondano dell’aristocrazia della capitale e si immerge in una vita d’esteta, protesa, fra amori e avventure, alla ricerca di piaceri raffinati. Vaste ma non profonde sono, in questo periodo, le sue esperienze di cultura. Legge soprattutto i poeti del Decadentismo europeo, di cui assorbe i motivi di sensibilità più raffinata. Nel 1882 viene pubblicato il secondo libro di poesie, Canto Novo, che arricchiva il linguaggio carducciano, già utilizzato per la raccolta d’esordio, di una solare e corporea vitalità. Qualche anno dopo pubblica un romanzo che ha un notevolissimo successo: Il piacere.
D’Annunzio cerca di trasferire il suo gusto estetizzante anche nella vita, coltivando l’eleganza e indulgendo al gesto clamoroso. Adora circondarsi di raffinate opere d’arte e conduce una vita dispendiosa che lo porta a indebitarsi. Proprio per sfuggire ai debiti si trasferisce nel 1891 a Napoli, dove rimane fino al ’94. Le raccolte poetiche maggiori sono del 1903: con i primi tre libri, Maia, Elettra, Alcyone si sarebbero misurati i poeti italiani delle successive generazioni. Ad Alcyone appartengono le famose liriche “La sera fiesolana” e “La pioggia nel pineto”, dove viene ripreso il tema, già preannunciato nel Canto Novo, dell’immedesimazione del poeta con la natura. Fino dalla fine dell’Ottocento comincia a registrare appunti e ricordi, costituendo così la base per le prose raccolte nelle Faville del maglio. Tornato in Italia, dopo un viaggio all’estero, nel 1915, tiene violenti discorsi a favore dell’intervento in guerra e si impegna personalmente in ardite azioni belliche. Dal 1921 fino alla morte vive sul lago di Garda, a villa Cargnacco.

La poetica
La poetica e la poesia del D’Annunzio sono l’espressione più appariscente del Decadentismo italiano. Dei poeti decadenti europei egli accoglie modi e forme, senza però approfondirne l’intima problematica, ma usandoli come elementi decorativi della sua arte fastosa e composita. Aderisce soprattutto alla tendenza irrazionalistica e al misticismo estetico del Decadentismo, collegandoli alla propria ispirazione narrativa, naturalistica e sensuale. Egli rigetta la ragione come strumento di conoscenza per abbandonarsi alle suggestioni del senso e dell’istinto; spesso vede nell’erotismo e nella sensualità il mezzo per attingere la vita profonda e segreta dell’io. Egli cerca una fusione dei sensi e dell’animo con le forze della vita, accogliendo in sé e rivivendo l’esistenza molteplice della natura, con piena adesione fisica, prima ancora che spirituale. È questo il “panismo dannunziano”, quel sentimento di unione con il tutto, che ritroviamo in tutte le poesie più belle di D’Annunzio, in cui riesce ad aderire con tutti i sensi e con tutta la sua vitalità alla natura, s’immerge in essa e si confonde con questa stessa. La poesia diviene quindi scoperta intuitiva; la parola del poeta, modulata in un verso privo di ogni significato logico, ridotta a pura musica evocativa, coglie quest’armonia e la esprime continuando e completando l’opera della natura. La sua vocazione poetica si muta poi in esibizionismo e la poesia vuol diventare atto vitale supremo, una sorta di moralità alla rovescia, estremamente individualistica e irrazionale. Abbiamo allora l’esaltazione del falso primitivo, dell’erotismo o quella sfrenata del proprio io, indicata nei due aspetti dell’estetismo e del superomismo. L’estetismo è in definitiva il culto del bello, in pratica vivere la propria vita come se fosse un’opera d’arte, o al contrario vivere l’arte come fosse vita. Quest’atteggiamento, preso dal Decadentismo francese, è molto consono, corrispondente cioè alla personalità del poeta. Quindi l’esteta si limita a realizzare l’arte, ricercando sempre la bellezza; ogni suo gesto deve distinguersi dalla normalità, dalle masse. Di conseguenza vengono meno i principi sociali e morali che legano al contrario gli altri uomini. A differenza di questo il superuomo assomiglia all’esteta, ma si distingue per il suo desiderio di agire. Il superuomo considera che la civiltà è un dono dei pochi ai tanti e per questo motivo si vuole elevare al di sopra della massa; è l’esteta attivo, che cerca di realizzare la sua superiorità a danno delle persone comuni.

giovedì 5 gennaio 2012

"Una donna" di Sibilla Aleramo. materiale per tesine a cura di Claudio Di Scalzo

Il romanzo Una donna (1906), opera autobiografica di Sibilla Aleramo, inizia con il ricordo della fanciullezza libera e spensierata della protagonista e presenta i vari personaggi attraverso un lento e graduale crescendo delle loro singole individualità soffermandosi su alcune figure chiave: il padre, la madre, il marito, il figlio, il profeta, descritti nella storia sono tutte persone che hanno interagito in modo significativo con la vita della scrittrice.
Il nodo di tutto è la disuguaglianza costruita a partire dal sesso e il nemico è il sistema che la civiltà ha edificato attraverso il tempo. All’età di dodici anni la Aleramo si trasferì da Milano in una cittadina del mezzogiorno perché il padre aveva ottenuto la direzione di un’industria chimica. Dopo pochi anni che si trovava nel nuovo paese, la protagonista interruppe gli studi e venne impiegata regolarmente nella fabbrica diretta dal padre. Un’epoca di grandi cambiamenti e di crisi della famiglia borghese fa da scenario agli episodi salienti della vita della scrittrice; il passaggio dal mondo del lavoro, al quale era stata avviata dal padre, a un matrimonio violento e senza amore, a cui fu costretta, la videro interpretare un ruolo che odiava, quello di donna moglie e madre in cui era richiesto l’annientamento del proprio Io. L’esempio più vicino era quello di sua madre vittima lei stessa di un matrimonio sbagliato che l’aveva spinta in depressione e poi al suicidio.
Da queste vicende individuali nasce l’esigenza della scrittrice di cercare attraverso la scrittura una sua identità. Il combattere per trovare qualche trascendenza alla semplice volontà di fuga e l’arrendersi di fronte al richiamo imperativo di fedeltà alla propria legge e alla propria vita, creano un’atmosfera nella storia in cui il tempo, che scorre monotono, fa da cornice a tutta quella serie di avvenimenti che serviranno a rendere la giovane donna finalmente “padrona della scelta”.
Una donna è un complesso sviluppo narrativo in cui la struttura e i personaggi, divengono parte di quel meccanismo reale che rivela tutta la forza di una vita segnata dalla passione per l’avventura intellettuale e artistica e che fa pensare ad una forma di confessione minuziosa, un diario frammentato e rifuso a posteriori. In questa opera prevale la rivendicazione sociale di un ruolo femminile paritario a quello maschile.
In una prosa del 1911 (“Apologia dello spirito femminista”, compresa nel volume Andando e stando), scriveva che il femminismo come movimento sociale era stato una breve avventura, eroica all’inizio, ma grottesca sul finire, un’avventura da adolescenti, inevitabile ed ormai superata. Il suo carattere femminista si era riversato sul lato letterario e spirituale, sulla rivendicazione della “diversità” femminile e della necessità della “libera estrinsecazione dell’energia femminile”. In realtà, il libro divise le femministe e le scrittrici, che riconoscevano la particolarità di quella “coscienza evoluta”, ma ne prendevano le distanze, identificando il bambino come l’unica vera vittima; la rivista femminista Vita internazionale la giudicò come orgogliosa, egoista e priva di forza, incapace al sacrificio estremo.
Nelle liti col marito la giovane cercava di tenere duro, per far crescere il figlio con una mente libera e aperta. Dalle liti però si passò alle percosse e la ragazza stremata decise di partire, ma quando lo comunicò al marito, lui disse che avrebbe acconsentito purché il piccolo fosse rimasto con lui. La donna, divisa tra il desiderio di realizzare se stessa e l’istinto materno, partì e tornò a Milano dove si trovava la sua famiglia, con la speranza che nel giro di pochi giorni avrebbe fatto in modo che suo figlio la raggiungesse. Ma i giorni passarono così come i mesi e gli anni e il suo piccolo a Milano non venne mai. Le lettere che la madre gli scriveva non ebbero mai una risposta, la protagonista allora, soffrendo in silenzio, decise di scrivere un libro per far si che le parole in esso contenute lo raggiungessero, permettendogli di comprendere le scelte che aveva compiuto.
Lo scopo che l’autrice si prefigge è quello di mostrare per la prima volta “l’anima femminile moderna”, capace di tramutare l’essenza di una vita in arte. E proprio attraverso ogni forma d’arte e di libero pensiero l’Aleramo si era attivata nel movimento per l’emancipazione della donna, collaborando a riviste e giornali, e partecipando alle campagne più significative di sensibilizzazione, da quelle per il voto alle donne a quelle per la pace, contro l’alcolismo, la prostituzione e la tratta delle bianche.


SIBILLA ALERAMO (1876-1960) - NOTA BIOGRAFICA

Scrittrice e giornalista. Prima di quattro figli, nacque dal professore di scienze Ambrogio Faccio e da Ernesta, una casalinga. Nel 1888, la sua famiglia si trasferì da Milano in un piccolo paese delle Marche, dove Ambrogio diresse una fabbrica di vetro. Impiegata come bibliotecaria, nella fabbrica, all'età di sedici anni dovette sposare Ulderico Pierangeli, un operaio della fabbrica, che la aveva violentata.
Risentendo sia dell'instabilità mentale della madre, sia della costrizione di un'unione sfortunata, ad un certo punto tentò il suicidio, e per il resto della sua lunga vita ebbe continui sbalzi depressivi. La scrittura divenne l'unica fuga di questa donna sensibile e brillante. Pur avendo ricevuto solo un'istruzione elementare, cominciò a collaborare con riviste femministe, e per tutta la vita scrisse recensioni di libri, critiche letterarie, studi sociologici e commenti sulla vita quotidiana.
Nel 1899, la sua reputazione era così grande, che le fu offerto di dirigere una rivista femminile a Milano, dove si era trasferita, per un breve periodo, con la famiglia di Pierangeli. Milano le aveva offerto una finestra sul mondo, così quando il marito la costrinse a tornare al paese, Rina prese la difficile decisione di abbandonare la sua famiglia ed iniziare una vita che le permettesse di affermarsi come persona. Distrutta dalla separazione dal figlio amatissimo, si trasferì a Roma nel 1902. Ebbe una relazione con il giovane poeta valtellinese, nato a Morbegno, Felice Damiani. Poeta che morirà giovanissimo.
A Roma conobbe Giovanni Cena, direttore della rivista letteraria La Nuova Antologia, con il quale instaurò un sodalizio culturale e spirituale, durato sette anni. Fu durante questo periodo che Rina Faccio, guidata e supportata dal suo mentore (che però impose di non citare né ricordare il suo primo amante Felice Damiani) e dagli altri intellettuali divenuti suoi amici, pubblicò il suo primo libro: Una Donna (1906). Con questo evento, Rina Faccio divenne Sibilla Aleramo, un nuovo nome per una nuova vita.
Alla fine della sua storia con Giovanni Cena, nel 1910, Sibilla iniziò un viaggio durato venti anni. In questo periodo, continuando a scrivere ed a collaborare con diverse riviste, la scrittrice attraversò tutta l'Italia e parte dell'Europa, alla ricerca dell'amore perfetto, che avrebbe dato un senso assoluto alla sua vita.
Nel 1928, però, orami ridotta sul lastrico tornò a Roma, dove finì i suoi giorni, dopo aver militato contro il Fascismo ed essersi innamorata per l'ultima volta del giovane Franco Matacotta, uno studente quarant'anni più giovane di lei. Leggenda del femminismo, Sibilla Aleramo si spense nel 1960, all'età di ottantatré anni, senza mai aver smesso di scrivere.


DONNE E LETTERATURA. DOPO SIBILLA ALERAMO
Nel XX secolo nasce e si intensifica sempre più la produzione letteraria e poetica ad opera delle donne. Tale fenomeno viene generalmente inserito all’interno del quadro di modernizzazione della civiltà italiana ed europea contemporanea, ma soprattutto viene associato al processo dell’emancipazione femminile e al cambiamento dei rapporti fra uomo e donna.
Nonostante non esista ancora una storia della letteratura italiana femminile, molte rappresentanti di essa, da Sibilla Aleramo ad Elsa Morante, da Grazia Deledda ad Anna Maria Ortese e Natalia Ginzburg, fanno parte delle più alte e significative sfere della nostra produzione letteraria.
Il filone letterario “al femminile” si apre, nel nuovo secolo, con l’opera di una scrittrice che nel panorama generale spicca per la sua scrittura innovativa, per la sua vita intensa e per le sue molte storie sentimentali. Sibilla Aleramo, al secolo Rina Faccio: bella, intelligente, modello di donna nuova libera da schemi e pregiudizi, autrice di un’opera stimata da tanti come la “bibbia del femminismo”, Sibilla Aleramo viene così giustamente considerata una delle figure più originali ed anticonformiste della letteratura del Novecento.
Il suo primo romanzo, l’autobiografia Una donna, pubblicato nel 1906, è considerato una testimonianza della condizione femminile dell’epoca ed è il primo libro femminista apparso in Italia. Una donna è la prima opera firmata con lo pseudonimo di Sibilla Aleramo ed è anche quella che le ha donato da subito la notorietà, delineando la sua immagine pubblica e privata. Il romanzo infatti riscosse successo e la sua pubblicazione suscitò l’interesse della società dell’epoca: il testo, commovente e provocatorio allo stesso tempo, animò per più di un anno il dibattito culturale italiano.
L’opera, che racconta la vicenda umana della scrittrice, non è una semplice autobiografia né un diario, ma è considerata una riflessione spietata e acuta sul proprio passato, una sorta di “autoanalisi” letteraria. In ventidue brevi capitoli la protagonista, partendo dagli anni spensierati della sua infanzia, arriva al tempo della prima stesura del romanzo, quando cioè avrà già lasciato suo marito e suo figlio.
Rina infatti, dopo aver subito uno stupro da parte di uno dei dipendenti che lavorano nella fabbrica del padre, viene costretta a sposare quest’uomo con un matrimonio “riparatore”, un matrimonio senza amore da cui nascerà il suo unico figlio che per molto tempo rappresenterà la sua unica salvezza.
La solitudine, il disprezzo per il marito, l’atmosfera chiusa e gretta della provincia la spingeranno, dopo un tentato suicidio, a ritrovare conforto nella scrittura. L’autobiografia si trasforma così in un percorso di formazione che, nell’arco di dieci anni, porterà la scrittrice ad una maturazione: deciderà infatti di lasciare definitivamente la famiglia e il suo adorato figlio.
Nel 1902 Rina lascia il marito e il figlio e si trasferisce a Roma per inseguire la sua vocazione letteraria ma soprattutto la sua libertà e indipendenza. Per l’abbandono del tetto coniugale Sibilla, secondo la legge, perde ogni diritto sul bambino e per questo il distacco diventa ancora più doloroso e drammatico, un allontanamento che per lei risulta essere però necessario. In realtà questo romanzo viene scritto dalla Aleramo proprio per il suo amato figlio, perché un giorno possa leggere la storia di sua madre e capire fino in fondo le sue tormentate scelte. Tema centrale del libro rimane perciò la maternità che nel romanzo viene ampiamente trattato.
Scrivendo la sua storia Sibilla definisce di nuovo anche la sua immagine, riportando in superficie il valore profondo del suo percorso. Una donna è, come la stessa autrice spesso lo ha definito, il libro del suo passato che rappresenta dunque allo stesso tempo la nascita ad una nuova vita, è l’annuncio del futuro: la donna Rina lascia il posto alla scrittrice Sibilla. Lo stesso pseudonimo che Rina sceglierà e con cui firmerà questa e tutte le sue successive opere, cancellerà d’ora in avanti e per sempre il suo nome e il cognome del padre e del marito.
La perdita del nome rappresenta una cesura netta con il suo passato e coincide con la nascita della sua “seconda vita”, come lei stessa amava definirla, una nascita di certo violenta e non naturale costellata da abbandoni dolorosi. Il libro va dunque letto per la vicenda che narra ma soprattutto per il modello di donna nuova che cerca di proporre.
La scrittura è la via che l’autrice ha scelto per affermare se stessa e la sua identità di donna e il romanzo, esito finale di un’esperienza di vita, diviene un modello universale di riscatto. L’itinerario intellettuale e privato di una sola donna assume in questo modo, come già rivela il carattere generale del titolo stesso, Una donna, il ruolo di testimonianza e di documento di denuncia.
Nel romanzo infatti, specchio della società italiana a cavallo dei due secoli, la Aleramo, con occhio critico, analizza buona parte dei problemi delle donne della sua epoca. E il valore di “romanzo femminista”, intuito già alla sua pubblicazione, favorì probabilmente il grande successo di pubblico e di critica.