lunedì 23 novembre 2015

Giovanni Pascoli: Biografia, ideologia, poetica. Myricae, Canti di Castelvecchio, Poemetti, Poemi Conviviali.







GiOVANNI PASCOLI
Biografia, ideologia, poetica. 
Myricae, Canti di Castelvecchio, 
Poemetti, Poemi Conviviali. 
Cura CDS

Merito di Pascoli è stato quello di inserire la poesia italiana nel gran fiume del simbolismo europeo. Cioè in quella corrente di lirica pura che, con Baudelaire, Verlaine, Rimbaud, Mallarmé (i quattro simbolisti più autentici perché poeti puri, poeti in senso assoluto) affida alla poesia la scoperta delle illuminazioni, dei rapporti simbolici che corrono tra le cose, tra gli uomini e le cose, tra gli uomini e il loro inconscio. Oltre e fuori del linguaggio comune, pratico, che serve alla comunicazione, i simbolisti svuotano la parola del suo senso originario, etimologico, contenutistico e la usano non per descrivere realisticamente, per fissare oggettivamente dei paesaggi, delle figure umane o storie, ma per suggerire il diverso, per evocare il mistero, per richiamare ed esprimere l’inconosciuto che circonda e assedia l'uomo.







I - TRAGEDIA BIOGRAFICA E IDEOLOGIA

Due fatti fondamentali gettano la loro ombra sulla vita di Giovanni Pascoli (nato a San Mauro di Romagna, 1855 e morto a Castelvecchio di Barga, in provincia di Lucca, nel 1912; ordinario di letteratura latina alle Università di Messina e di Pisa, quindi successore di Carducci nella prestigiosa cattedra dell'ateneo bolognese): l’assassinio del padre e la militanza anarchico-socialisteggiante.

a) La morte del padre (il nido distrutto)
L'uccisione del padre Ruggero Pascoli, amministratore di una tenuta dei principi di Torlonia, per mano di ignoti mentre sul suo calesse ritornava dal mercato di Cesena (leggere le liriche X agosto, II nido dei farlotti, La cavalla storna) e la mancata punizione del colpevole rappresentano un'esperienza traumatica per il dodicenne Zvanì (Giovanni), facendogli conoscere precocemente il dolore e il male (che è “più grande di Dio”). Le difficoltà economiche, le altre sciagure domestiche, la morte della sorella Margherita, della madre e poi ancora del fratello Luigi, il disperdersi della famiglia (il nido distrutto) producono nell’ adolescente una crisi profonda destinata a durare anche negli anni maturi; gli fanno concepire un sentimento negativo, terrorizzato del mondo, dove dominano la morte e la malvagità, la crudele ingiustizia degli uomini.

b) Il socialismo umanitario
L'ingiustizia sofferta per la morte del padre (l'assassino non fu mai trovato), la miseria e l'amara inquietudine orientano il giovane Pascoli verso la predicazione anarchico-rivoluzionaria del socialista romagnolo Andrea Costa. Durante gli anni universitari a Bologna, partecipa a dimostrazioni antigovernative, subisce l'arresto e tre mesi di carcere; più tardi Pascoli scriverà che allora “si processavano come malfattori quelli che aspiravano a togliere il male dal mondo”. Il riellismo anarchico e socialista di Pascoli resta sostanzialmente umanitario e non classista. Il socialismo pascoliano non conosce la lotta di classe e la dottrina marxista, nel convincimento “che il fallo d'amore e di carità ha maggior importanza e consistenza, dirò così scientifica, che le vostre teorie economiche e sociali”, L'idea e la speranza di una umanità libera dal bisogno, l'interesse per lo causa degli emigranti (nel poemetto Italy) e il duro lavoro in terra straniera determinano un altro connotato del socialismo pascoliano che è insieme nazionalista e internazionalista. Secondo Pascoli, i socialisti “come nella lotta economica sostengono gli operai contro i padroni, così nella lotta politica devono sostenere le nazioni (povere e proletarie) contro gli imperi (ricchi ed egemoni)”.
Per questa strada Pascoli arriva al discorso ufficiale, di forte, pericoloso accento nazionalista, La grande proletaria (l'Italia) s’è mossa, del 1911, in cui accetta e giustifica la campagna coloniale di Libia come fosse un'impresa di giustizia socialisticamente cavalleresca, rimangiandosi tulle le invettive alla guerra, tutte le condanne del militarismo precedentemente avanzate in nome degli ideali umanitari e della pace sociale.





  
II - LA POETICA DEL “FANCIULLINO”

Anche per Pascoli la poesia assume l'ufficio proprio di tutto il Decadentismo di rivelazione. Il poeta cerca di scoprire il mistero dell’universo precluso alla conoscenza scientifica, quel mistero, quell'ignoto che la ragione e la scienza non hanno saputo esplorare. L'intuizione visionaria del mistero attraverso la poetica del fanciullino. Manifesto organico dell'idea e della funzione pascoliana di poesia è appunto Il fanciullino, un articolo pubblicato sul “Marzocco” (giornale dell'estetismo decadente fiorentino) nel 1897 e in edizione definitiva nel 1902.
Riprendendo e reinterpretando un'immagine platonica  (nel dialogo Fedone Cebes dice a Socrate che ognuno ha dentro di sé un fanciullino che teme la morte e deve essere rassicurato), Pascoli afferma che tutti gli uomini si portano dentro un fanciullino, cioè un modo pre-razionale, intuitivo e poetco, di guardare gli aspetti del mondo, di sentire le paure e le gioie della vita con gli occhi freschi, stupefatti dell'infanzia, con l’anima calda e fantasiosa propria del fanciullo che vede la prima volta. Questo fanciullino (nascosto e silenzioso negli adulti perché occupati, distratti da interessi pratici, ma pronto a rivelarsi, a parlare anche in loro quando maggiormente  soffrono, si entusiasmano e si commuovono)  “alla luce sogna o sembra sognare ricordando cose parla alle bestie, agli alberi, ai sassi, alle popola l'ombra di fantasmi ed il cielo di dei”.
Il fanciullino cerca la  poesia nelle piccole cose; anche nelle cose quotidiane, familiari “come la pimpinella (erba aromatica) sul greppo dietro la casa, è il nuovo per chi sa vederlo”  Opppure trova nelle grandi cose tramandate dalla leggenda e dalla storia il piccolo, cioè il particolare modesto, puro.
La poesia non deve proporsi intenzionalmente scopi utilitari, non deve essere “poesia applicata”. Il poeta-fanciullo “è poeta, non oratore, non tribuno, non filosofo, non istorico, non maestro, non tribuno o demagogo, non uomo di stato o di corte”. La socialità della poesia sta nel suo essere solo poesia, nel suo ridursi al “cantuccio” del cuore. Ma proprio per questo, per essere sogno e visione, meraviglia e conforto, la poesia abolisce l'odio e affratella gli uomini.


  
III.- TEMI E TECNICHE ESPRESSIVE

Dalla tragedia familiare ai mistero dell'universo.
Abbiamo detto che i temi fondamentali, più profondi e qualificanti  della poesia  pascoliana  si  esprimono  con strutture e linguaggio simbolista. Quali temi? La tragedia familiare, mai placata e rassegnata, che ritorna sempre dolorosamente ossessiva alla memoria. La rivelazione dell'inconscio, la discesa nelle zone torbide degli istinti e degli affetti bloccati, l'ambiguità e l'inquietudine dell'adolescenza, certi momenti autobiografici di sessualità ambigua e sofferta. Le vicende del mondo dei campi (dapprima il paesaggio romagnolo, la «Romagna solatia», poi la Garfagnana di Castelvecchio in Toscana al posto della nativa Romagna troppo legata a luttuose memorie) perché “nella vita semplice e familiare e nella contemplazione della natura, specialmente in campagna, c'è una gran consolazione”, il mistero dell'universo, l'immenso ciclo e gli abissi cosmici che danno, a pensarli e più ancora a sentirli, una sconvolgente vertigine, un “freddo orrore” e un brivido di morte.

Simboli, fonosimboli, onomatopee
Questi quattro temi, dramma familiare, penetrazione autobiografica dell'inconscio, natura e campagna consolatrici, mistero cosmico, vengono realizzati con nuove strutture e tecniche espressive che usano i simboli (immagini simboliche e figure onìriche, di sogno), i fonosimboli (analogie e sinestesìe), le onomatopee.

Significativi i sìmboli pascoliani, prodotti dall'esistenza intima del poeta, violata e offesa dagli uomini, sconvolta dal trauma della tragedia familiare che lo ha marcato per sempre: il simbolo del nido, del nido distrutto, la famiglia, l'ambiente familiare, luogo sicuro, caldo di affetti, colpito ingiustamente e distrutto dalla violenza e dal male degli uomini. Altro simbolo, questa volta cosmico, il libro (nella lirica omonima); sfogliato da una mano invisibile, il libro sta a indicare la grande ombra del cosmo e della vita, in cui gli uomini vanamente si perdono senza trovare risposta agli interrogativi del loro esistere (il libro del mistero).
Oltre che a livello figurativo, di immagini simboliche come il nido distrutto, il libro, e altre che vedremo esaminando la raccolta Myricae, il simbolismo di Pascoli procede anche più scopertamente sulla parola con interventi tecnici a livello fonico-metrico. Agendo sulla parola indipendentemente dal suo significato, dal suo valore semantico, Pascoli privilegia il gioco dei suoni, manovra gli accordi musicali, fonicamente imitativi che la parola stessa può suggerire. Il simbolismo fonico o fonosimbolismo pascoliano introduce una fitta rete di analogie e di sinestesie, di suoni e dì onomatopee per evocare, suggerire realtà lontane, profonde e misteriose.
Frequenti le analogie e le sinestesie che legano, associano in maniera inedita e audace impressioni sensoriali diverse come: Là, voci di tenebra azzurra, associazione, ripetiamo, di termini diversi, di differente appartenenza sensoriale (voci, riguarda l'udito; tenebra azzurra, riguarda la vista) per esprimere il suono delle campane nella notte. Altre sinestesie: strepere nerodi un treno; pende un silenzio tremulo, opalino, dove ricorrono fusioni e scambi traslati tra sfere sensoriali auditive (strepere, pende un silenzio) e visive, cromatiche (nero, opalino). Sono vocaboli fonoespressivi: strosciando e sibilando il vento; a onde lunghe romba (la campana e l'eco diffuso dei suoi rintocchi); cartocci strepitosi (le foglie secche del granoturco sotto i movimenti dei monelli che ruzzano, fanno strepito). Famose le onomatopee, i segni creati su imitazione di rumori naturali con cui Pascoli riproduce il suono delle campane (din-don o don-don) e il richiamo, il grido notturno dell'assiuolo (chiù).






IV. SVOLGIMENTO DELL'OPERA

Quadro sintetico

I. “Myricae”
la natura misteriosa e simbolica
analisi di Lavandare (l'aratro simbolo della solitudine esistenziale)
analisi de // bove (paesaggio cosmico minaccioso e inquietante)
analisi di X Agosto (la rondine-padre uccisa e la casa-nido distrut­ta)
analisi de L'assiuolo (il grido del chiù presentimento e avvertimen­to di morte)

IL I «Poemettì» e i «Canti di Castelvecchio»
il ciclo delle stagioni e il lavoro agricolo nella Garfagnana
analisi de La siepe (simbolo ideologico della piccola proprietà)
i fiori e la loro simbologia sessuale
analisi di Digitale purpurea (l'ambiguità e il fascino della tentazio­ne giovanile)
analisi di Il gelsomino notturno (il mistero carnale e miracoloso del generare)

III. I “Poemi Conviviali”, i miti dell'antichità classica aggiornati e interpretati come moderni
simboli esistenziali


I  “Myricae”: una realtà naturale misteriosa e simbolica
Nella prima raccolta di poesie 1891-1903, col titolo di Myricae, tolto a un verso della quarta egloga di Virgilio (dove il nome delle umili piante, le tamerici, indicava argo­menti e figure in stile dimesso) incontriamo, secondo quanto avverte la prefazione dello stesso Pascoli, “frulli d'uccelli, stormire di cipressi, lontano cantare di campane”, dedicati alla memoria del padre morto (“Rimangano rimangano que­sti canti su la tomba di mio padre!...”).
Sono brevi orizzonti di campi nel giro delle stagioni (albe festive, vespri, temporali, sere d'ottobre, notti di neve), rapide note e colori del paesaggio e della natura romagnola, degli animali e degli uccelli, momenti e aspetti dei mestieri e della fatica quotidiana (cucitrici, lavandaie, carrettieri, aratori, mie­titori). Tutti questi elementi vengono tuttavia colti e rappre­sentati con sensibilità e modi espressivi nuovi. Non solo nella loro evidenza realistica, attraverso i contorni netti, visibili delle loro presenze materiali, ma anche nel clima allusivo e segreto, nel significato simbolico e musicale di una loro di­versa, più profonda e misteriosa realtà.
a) In «Lavandare» l'«aratro» abbandonato esprime la soli­tudine
Per misurare la grande distanza che separa questo origina­le atteggiamento poetico pascoliano dal Naturalismo/Veri­smo, consideriamo in Myricae il madrigale Lavandare (1894) dove ricorrono impressioni visive e uditive che nonsono più solo realistiche, ma soprattutto allusive e simbo­liche.
L'aratro che resta nel campo, dimenticato tra le nebbie mattinali di novembre dopo l'aratura, esce dall'ambito realistico di un quadro stagionale, dalle linee di un pae­saggio-roba di tipo verghiano per diventare una figura em­blematica, un segno negativo del vivere. L'aratro senza buoi è il simbolo di una condizione umana dolorosa e turbata: quella della lavandaia stornellatrice che mentrerisciacqua e batte i panni (suggestive cadenze onomatopeiche dello sciabordare e dei tonfi spessi) soffre interiormente la solitudine e l'abbandono: “quando partisti (un tu sempre presente al cuore, l'amante, il promesso sposo) come son rimasta! / come l'aratro in mezzo alla maggese”. Lo stato di solitudine, la situazione esistenziale dell'ab­bandono e della dimenticanza - dimenticato l'aratro,dimenticata forse la donna -, resa con simbolismo visivo dall'aratro immobile,senza buoi, viene dunque completa­ta e approfondita musicalmente, per analogia musicale, dalla lunga cantilena popolaresca che parla di vento, dineve, della partenza tanto tempo fa di una persona cara che non è ancora tornata.
b) Ne “II bove” un “più grande mondo”  sconvolto e inquie­tante.
Confrontiamo ancora il famoso sonetto carducciano Il bove (1872) con l'altro di Pascoli Il bove (1890), sempre in Myricae. Carducci, con forte senso nostalgico del paesag­gio maremmano e sulla traccia culturale e «georgica» del suo Virgilio (poeta latino da lui prediletto) sta in ammira­zione davanti al «pio bove»; vede la «possente e placida bestia» (come spiega in una lettera), pura e sacra, nel mo­mento in cui si erge monumentale in mezzo ai «campi li­beri e fecondi», oppure quando paziente e “contento” sot­to il giogo aiuta l'uomo nel lavoro dei campi.
Diversa la prospettiva pascoliana. Non lo sguardo del poeta, non la sua ammirante contemplazione del “pio bove” (che gli infonde nell'animo un “sentimento di vigo­re e di pace”), ma i “grandi occhi” del bove stesso agisco­no in Pascoli come punto di vista nel sonetto. Il mondo d'intorno, visto con i «grandi occhi» del bue, attraverso la sua ottica macroscopica che si suppone ingrandisca enor­memente le cose, porta Pascoli a sconvolgere il paesaggio, ad alterarne non solo le proporzioni, le misure (il «rio sot­tile», il piccolo ruscello che si trasforma in azzurro, «ceni­lo» fiume) ma a cambiarne, a deformarne lo stesso signifi­cato. Il paesaggio cresce come un pauroso, misterioso in­cubo, man mano che scendono le ombre della sera. La natura dilaga e si altera in una apparenza visionaria, nelle dimensioni di un mistero cosmico quanto mai minaccioso e inquietante; uccelli e nubi assumono al tramonto strane forme irreali; diventano “immagini grifagne” (figure rapa­ci) e «tacite chimere» (mostri mitologici).
Dilatando e scavando in direzione metafisica, Il bue di Pascoli rispetto a quello naturalistico e georgico di Car­ducci rappresenta - con nuovo procedimento decadente - un'altra realtà inquieta e inconoscibile, un altro universo, la presenza assillante e misteriosa di “un più grande mon­do”.
e) La lirica “X Agosto” e il simbolo del “nido distrutto”. I più significativi simboli pascoliani derivano dalla tragica esperienza infantile del poeta, dal dramma familiare (l'as­sassinio impunito del padre) che lo ha sconvolto, lo ha se­gnato per sempre, destinandolo - anche da adulto, anche da uomo maturo - ad una dolente, inguaribile angoscia, ad una lunga paura e ad una difesa continua, allarmata della propria vita nei confronti degli altri uomini. Abbia­mo già citato il simbolo del nido distrutto. Vediamo come la lirica X Agosto (1896) svolge questo simbolo, radicato nel sangue e nella memoria.
Scritta nell'anniversario dell'uccisione del padre avvenuta trent'anni prima (10 agosto 1867), la poesia segue la leg­genda popolare che vede nel fenomeno estivo delle stelle cadenti le lacrime di San Lorenzo; interpreta e rivive que­sta leggenda come prova dell'invincibile presenza e ricor­renza del Male sulla terra (nel calendario liturgico il mar­tirio del santo cade appunto il 10 agosto). La memoria te­nace, ossessiva di Pascoli dilata il crudele avvenimento privato a dramma universale del Male onnipresente al mondo, indifferente e sordo alle sofferenze degli uomini. E inventa una serie di simboli istintivi e dolorosi: la rondi­ne-padre uccisa mentre tornava alla sua casa-nido; la ron­dine uccisa, crocifissa,protesa in terra come in croce, con ancora in bocca Vinsetto-cena per i suoirondinini-figli; la famiglia-nido che aspetta inutilmente, e si disfa, muoreanch'essa, consunta dalla fame (il nido nell'ombra “che at­tende/che pigola sempre più piano”).
d) Sogni e simboli onirici. La simbologia degli uccelli e ”L'assiuolo”
Tipici materiali e forme poetiche decadenti, i sogni e i simboli onirici ricorrono nella breve lirica Carrettiere (sempre in Myricae), col protagonista, un carrettiere di carbone che sogna la gioia semplice e favolosa del Natale durante il suo viaggiare notturno tra le gole dei monti. Anche nel paesaggio astratto, metafisico di Scalpitìo il
«piano deserto, infinito» e l'incubo prodotto dal galoppo misterioso (che significa morte) sono elementi di apparte­nenza onirica, proiezioni nel sogno di uno stato psicologi­co d'angoscia. Simboli fonici e onomatopee ricorrono spesso inMyricae dove Pascoli rifa il verso agli uccelli (un tac tac di capinere, un tin tin di pettirossi, un rerere di cardellini), ottenendo risultati poetici folgoranti (“Virò...disse la rondine. E fu giorno”). La simbologia degli uccelli assume spesso un significato di morte. Come nelle doppie quartine di novenari de L'assiuolo.
Il brivido di morte che il canto all'alba dell'assiuolo (un rapace notturno detto anche chiù, portatore di lutti e di­sgrazie secondo la credenza popolare) trasmette all'uomo viene espresso da Pascoli coi mezzi di un simbolismo fo­nico accorto e sensibilissimo. Nella lirica L'assiuolo, tutta intonata al richiamo lugubre e angosciante dell'uccello, chiù, ogni strofa termina col motivo, col ritornello ono­matopeico e significante, col richiamo monosillabico chiùdell'uccello notturno (“veniva una voce dai campi: /chiù...”; “Sonava lontano il singulto: chiù...”; “e c'era quel pianto di morte... chiù”) ad indicare oscuro dolore, a suggerire inconscio turbamento, misterioso presentimento e avvertimento di morte, pianto di morte per l'uomo.
Gli uccelli notturni, la civetta, l'assiuolo, con il loro canto luttuoso (la “stridula risata” della civetta, la voce lontana e il “singulto” del chiù) smuovono nelle zone dell'incon­scio una presenza di morte, un senso mortale di angoscia che invade e turba la vita. La simbologia degli uccelli notturni pascoliani ridesta nel subcosciente dell'uomo stati psicologici di turbamento e indistinta paura, brividi miste­riosi e profondi di morte.




  
II. I “Poemetti” e i “Canti di Castelvecchio”: un più vasto disegno
Le brevi, folgoranti liriche di Myricae diventano i lunghi
racconti in versi nei Primi poemetti (1897-1904) dei Nuovi poemetti (1909) e dei Canti di Castelvecchio (1903-1907-1912). 1 temi della campagna, raggnippati in al­trettante sezioni intitolate al lavoro della terra, La sementa, L'accestire (erbe e piante che crescono), La mietitura, La vendemmia raccontano poeticamente le vicende stagionali e agresti della Garfagnana di Castelvecchio in Toscana (dove Pascoli possedeva una casa). Le descrizioni procedono larghe, ricche di particolari, con una conoscenza precisa, addirittura tecnica dei lavori agricoli, con vocaboli riferiti spesso diretta­mente dal linguaggio vernacolo della gente garfagnina.
   
a) II mondo agreste e salvifico della «piccola proprietà» ne «La siepe».
Tuttavia anche l'ambiente rurale e la storia reale-allegorica del nascere, del fiorire dell'amore di Rosa e di Rigo e del formarsi della loro famiglia finiscono idealizzati e trasfigurati. Anche i gesti contadini, le abitudini quoti­diane e le pratiche stagionali della gente dei campi diven­tano momenti e simboli di un rito esistenziale, rappresen­tano una vita esemplare, vista e considerata come modello da vivere a contatto con la natura buona che consola e protegge.
Significative, indizianti, sotto questo profilo, nei Primi Poemetti, le terzine de La siepe, che vengono lette oggi in chiave sociologica, allegorico-sociologica come il manife­sto del Pascoli borghese e piccolo proprietario terriero. La «siepe, utile e pia» cinge «il campetto» come «l'anello al dito»; è sacra e indissolubile come il vincolo, la fede ma­trimoniale. Per essa, difeso dalla sua recinzione (“non mai abbastanza tenace e folta e spinosa”, afferma Pascoli in un articolo dove esalta il sentimento agricolo della terra), il poeta-proprietario può vivere “libero e sovrano”. La sieperappresenta dunque il simbolo, questa volta ideologico ol­tre che esistenziale, della proprietà privata che garantisce e difende la vita e i beni del poeta contro la vastità estra­nea e nemica del mondo.
   
b) «Digitale purpurea», «II gelsomino notturno» e i loro sim­boli sessuali.
Le linea di tendenza simbolistica di Pascoli non si smenti­sce. E proprio nei Primi Poemetti e nei Canti di Castel-vecchio risaltano esempi efficaci del simbolismo pascolia-no da collocare nell'area dell'inconscio, nelle zone torbide degli istinti, delle paure e dei sentimenti bloccati. Abbia­mo visto in Myricae il messaggio di morte che trasmetto­no gli uccelli notturni. E dopo L'assiuolo, ritroviamo Ilchiù nei Nuovi poemetti dove ritorna a indicare (col suo “dolce/mesto verbo eternamente uguale”) la solitudine, la paura di Viola per sua sorella che, sposandosi, è andata incontro «a chi sa qual martirio». Ebbene, come gli uccel­li specie quelli notturni, anche le immagini dei fiori e la natura campestre sono usate da Pascoli per comunicare col mondo inquietante oltre la realtà visibile.Al simbolismo floreale pascoliano appartengono Digitale purpurea (nei Primi poemetti) e // gelsomino notturno (ne / Canti di Castelvecchio), due liriche visionarie e ipnoti-che, simbolistiche e decadenti che portano nel titolo due nomi di fiori.
Nella trama di Digitale purpurea s'incontrano due antiche compagne di collegio, due educande: la bionda, virtuosa Maria (la sorella stessa del poeta, “semplice di vesti e di sguardi”) e la meno virtuosa Rachele, bruna, dagli occhi che «ardono». Nel loro dialogo ricordano la digitale pur­purea, il «fiore di morte» dal profumo affascinante e vene­fico che un giorno lontano ha turbato la loro adolescenza. Mentre Maria ha resistito alla morbosa suggestione del fiore proibito (a forma di dita, come una mano umana “macchiata di sangue”), Rachele ha invece ceduto alla tentazione. Il fondo erotico del poemetto nel suo simboli­smo floreale indica la repulsione-attrazione giovanile del piacere, allude all'ambiguità e al fascino della tentazione. La sessualità introversa e morbosa diDigitale purpurea, nella sua insinuante dolcezza (“E dirmi sentia: vieni!/Vie-ni/E fu molta la dolcezza! moltal/tanta, che, vedi.../... si muore!”) significa anche misteriosa attrattiva e desolazione della morte, secondo il gusto decadente che identifica amore e morte, piacere e morte, Eros e Thanatos (per dir­lo in termini freudiani).
Un altro fiore, il gelsomino di Spagna, la cosiddetta “bella di notte” che apre i suoi petali le sere d'estate e li chiude all'alba, esprime simbolicamente con simbologia floreale ne Il gelsomino notturno un momento autobiografico disessualità pascoliana dolcemente ambigua e sofferta. La lirica viene scritta per l'occasione del matrimonio di un caro amico, come risulta da una nota dello stesso Pascoli: “E a me pensi Gabriele Briganti risentendo l'odor del fiore che olezza nell'ombra e nel silenzio: l'odore del gelsomino notturno. In quelle ore sbocciò un fiorellino...: voglio dire, gli nacque il suo Dante Gabriele Giovanni”(nacque, nel senso di: fu concepito/
Ne Il gelsomino notturno due vicende parallele occupano l'arco di tempo che va dalla sera all'alba. Quella dei gio­vani sposi che nella casa accogliente e silenziosa vivono la loro prima notte di nozze. E quella del poeta che dal difuori (“ape tardiva” che trova “già prese le celle”), come un escluso, un uomo senza donna, privo d'amore (votato autobiograficamente Pascoli ad una condizione perpetua di celibato «forzatamente casta e orribilmente mesta»), inparte vede la notte nuziale che si prepara (“Splende un lume là nella sala”; “Passa il lume su per la scala;/brilla al primo piano: s'è spento...”) e in parte indovina il miste­ro carnale e miracoloso del generare (che sta avvenendo), con trasalimenti di infantile, regredita curiosità. Fino a quando, all'alba, “si chiudono i petali un poco gualciti” a significare l'atto amoroso ormai consumato, con concepi­mento nuziale di un'altra creatura umana (“l'urna molle e segreta” indica appunto il seno materno che «cova», cioè prepara, matura la sperata felicità di un nuovo essere).
Con Digitale purpurea e Il gelsomino notturno Pascoli evoca zone altrimenti indecifrabili del mistero, scende nel l'oscurità del subcosciente dove la creatura umana, Rachele in Digitale purpurea, il poeta stesso nel Gelsominonotturno, subiscono esperienze psichiche traumatizzanti e shock esistenziali.





III. Nei “Poemi Conviviali” i miti ripensati come simboli esistenziali.
La tendenza a svolgimenti poetico-narrativi di vasta por­tata prosegue neiPoemi conviviali, 1904 (così detti dalla rivi­sta dell'estetismo romano «II Convito» in cui apparvero dap­prima), con l'elaborazione pascoliana di miti, di leggende classiche e dei primi tempi cristiani. I personaggi dell'antichi­tà pagana, Saffo, Achille, Ulisse, Omero, Esiodo, Alessandro Magno, vengono ripensati alla luce di un'umanità moderna, simbolica e precristiana, diventano creature che sentono la vanità della loro vita proprio mentre questa raggiunge il culmine.
Giunto con le sue conquiste ai limiti della terra, Alexan-dros si trova di fronte l'Oceano, deserto immenso che rappre­senta l'ansia perenne, la suggestione del mistero tuttora in­soddisfatto dopo tanti avventurosi traguardi. L'ultimo viaggio reinterpreta il mito di Ulisse in chiave di decadentismo esi­stenziale, con Circe, le Sirene, che raffigurano le vane lusin­ghe dei sensi e il naufragio all'isola di Calipso (la Nasconditrice) che esprime il tramonto di ogni illusione.





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