Visualizzazione post con etichetta CDS - percorsi letterari. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta CDS - percorsi letterari. Mostra tutti i post

venerdì 19 febbraio 2010

Eugenio Montale: "Piove" (da Satura)


La poesia compare in Satura. La raccolta comprende le poesie composte fra il 1962 e il 1970 e si suddivide in quattro sezioni: “Xenia I” e “Xenia II”, “Satura I” e “Satura II”. Con questi sottotitoli latini Eugenio Montale (Genova 1896 – Milano 1981) allude, per le prime, ai «doni che venivano dati agli ospiti» nel momento che lasciavano la casa (sono poesie dedicate alla moglie Drusilla Tanzi da poco scomparsa) e, per le seconde, alla varietà dei temi di ispirazione nonché alla presenza di toni satirici. “Piove” ha aspetti parodici e sarcastici nei confronti de “La pioggia nel pineto” di D’Annunzio. Ma non è solo questo. È anche una specie di manifesto del pessimismo di Montale ed elegia della condizione umana.  Claudio Di Scalzo


Piove

Piove. È uno stillicidio
senza tonfi
di motorette o strilli
di bambini.

Piove
da un cielo che non ha
nuvole.
Piove
sul nulla che si fa
in queste ore di sciopero
generale.

Piove
sulla tua tomba
a San Felice
a Ema
e la terra non trema
perché non c’è terremoto
né guerra.

Piove
non sulla favola bella
di lontane stagioni,
ma sulla cartella
esattoriale,
piove sugli ossi di seppia
e sulla greppia nazionale.

Piove
sulla Gazzetta Ufficiale
qui dal balcone aperto,
piove sul Parlamento,
piove su via Solferino,
piove senza che il vento

mercoledì 17 febbraio 2010

Jacopo da Lentini: "Meravigliosamente". Analisi e parafrasi


Jacopo da Lentini, vissuto fra il 1210 e il 1260 circa, fu notaio imperiale di Catania e poeta. Dalla critica è considerato il caposcuola del cenacolo poetico siciliano fiorito alla corte di Federico II. La scuola siciliana. Dante lo chiama «'l Notaro» (Divina Commedia, Purgatorio XXIV, v. 56. Per il commento al passo dantesco vedi in calce) per antonomasia e lo considera l'esponente tipico della poesia di corte.
I versi di Jacopo da Lentini sono caratterizzati da varietà tematica e abilità espressiva e riescono, in genere, ad offrire liriche d'amore spontanee e vivaci. A volte, però, cadono in vuote espressioni formali. Il poeta compose poesie in forma dialogata, ma il suo nome rimane legato all'invenzione del sonetto, il componimento poetico di quattordici endecasillabi che per secoli sarebbe stato ampiamente utilizzato. e sviluppato, dai maggiori poeti lirici europei come una forma metrica quasi classica. La sua poesia più celebre è “Meravigliosamente”.




Meravigliosamente

Meravigliosa-mente
un amor mi distringe,
e mi tene ad ogn'ora.
Com'om, che pone mente
in altro exemplo pinge
la simile pintura,
così, bella, facc'eo,
che 'nfra lo core meo
porto la tua figura.

In cor par ch'eo vi porti,
pinta come parete,
e non pare difore.
O Deo, co' mi par forte
non so se lo sapete,
con' v'amo di bon core;
ch'eo son sì vergognoso
ca pur vi guardo ascoso,
e non vi mostro amore.

Avendo gran disio,
dipinsi una pintura,
bella, voi simigliante,
e quando voi non vio
guardo 'n quella figura,
e par ch'eo v'aggia davante;
come quello che crede
salvarsi per sua fede,
ancor non veggia inante.

Al cor m'arde una doglia,
com' om che ten lo foco
a lo suo seno ascoso,
e quanto più lo 'nvoglia,
allora arde più loco,
non pò star incluso:
similemente eo ardo,
quando pass'e non guardo
a voi, vis' amoroso.

S'eo guardo, quando passo,
inver' voi no mi giro,
bella, per risguardare;
andando, ad ogni passo
getto un gran sospiro
ca facemi ancosciare;
e certo bene ancoscio,
c'a pena mi conoscio,
tanto bella mi pare.

Assai v'aggio laudato,
madonna, in tutte parti,
di bellezze c'avete.
Non so se v'è contato
ch'eo lo faccia per arti,
che voi pur v'ascondete:
sacciatelo per singa
zo ch'eo no dico a linga,
quando voi mi vedite.

Canzonetta novella,
va' canta nuova cosa;
lèvati da maitino
davanti a la più bella,
fiore d'ogn'amorosa,
bionda più c'auro fino:
”Lo vostro amor, ch'è caro,
donatelo al Notaro
ch'è nato da Lentino”


"Meravigliosamente" è il componimento in cui Jacopo da Lentini rielabora temi e motivi della poesia provenzale però ravvivandoli con la sincerità dei sentimenti e con la semplicità adamantina delle immagini. Così facendo imprime alla poesia una freschezza e una grazia memorabili. Il poeta rivolgendosi alla donna amata confessa la straordinaria esperienza psicologica del suo amore, accennando alla sua bellezza che diventa per lui oggetto di pura contemplazione interiore. Jacopo da Lentini sinceramente ammette che il suo amore tanto più si ravviva quanto più, per timidezza, lo tiene segreto e nascosto. Stesso effetto ottiene quando passa accanto a lei senza osare nemmeno guardarla; così il fuoco della passione diventa ardente e si ravviva proprio perché chi ama lo avvolge e lo tiene nascosto. Dopo aver proclamato la genuinità e la sincerità dei suoi sentimenti, il poeta infine, rimossa ogni timidezza, invia alla donna la preghiera di fargli dono del suo amore.

La canzonetta si può dividere in tre parti.

Nella prima (vv. 1-45) il poeta svolge il motivo della contemplazione interiore dell'immagine della donna amata, del momento magico iniziale, quando la bellezza di lei gli appare come un miracolo, suscitandogli nell'animo una sorta di stupefazione, come se si trovasse di fronte a un essere divino. Alla gioia della contemplazione si alterna poi il dolore, la pena di non riuscire ad esprimere, per timidezza e pudore, il proprio sentimento di ammirazione e di dolcezza, e di doverlo perciò tenere segreto e nascosto quando egli le passa accanto e non osa guardarla.

In modo nuovo, straordinario, meraviglioso, un amore mi avvince (coinvolge) e mi possiede in ogni momento. Come un pittore che tiene la mente rivolta ad un oggetto (lontano), diverso (da quello che ha davanti), e ne dipinge la figura in modo conforme ad esso, cosi, o bella donna, faccio io, che nel mio cuore porto (impressa) la tua immagine.

Nella replicazione (o ripresa) - espediente retorico con cui si univano più strettamente le strofe - il poeta ribadisce il concetto precedente sottolineando l'immagine della donna amata impressa nel cuore; poi introduce il motivo della segretezza del suo amore: egli è tanto timido da guardarla soltanto di nascosto e fingere di essere indifferente verso di lei:

Pare che io vi porti dipinta (impressa cioè nel cuore), proprio come realmente siete, e di fuori non si vede nulla. O Dio, come ciò (l’amarvi cioè non poter manifestare il mio sentimento) mi appare cosa dolorosa! Non so se lo sapete come io vi amo di tutto cuore (ma può darsi che non lo sappiate), perché io sono così timido che vi guardo sempre di nascosto e non vi manifesto il mio amore.

(Tuttavia), avendo un grande desiderio (di guardarvi), impressi (dentro di me), o bella signora, un’immagine somigliante a voi. E quando non vi vedo, guardo in quella figura, e mi sembra che io vi abbia davanti (a me); come colui che crede di salvarsi per fede, sebbene non veda davanti ( Dio, l’oggetto della sua fede).

Nel cuore mi fa soffrire un forte dolore; come uno che tiene il fuoco (di una passione ardente) nascosto nel suo cuore, e quanto più lo avvolge (lo copre) allora nel suo cuore esso più arde (brucia): similmente io ardo (brucio) quando posso e non rivolgo a voi lo sguardo (per timidezza), o viso degno di essere amato.

Se anche guardo, quando posso, verso di voi, non mi giro, o bella, per tornare a guardarvi una seconda volta. Continuando a camminare, ad ogni passo getto un gran sospiro (di rimpianto) che mi fa respirare affannosamente; e certamente assai soffro, cosi che appena mi riconosco (perdo cioè, quasi, la coscienza di me stesso), tanto bella mi sembri.

Nella
seconda parte (vv. 46-54) il poeta professa la sincerità del suo sentimento d'amore contro le insinuazioni dei calunniatori.

Assai vi ho lodato, o madonna, dovunque io sia stato per la bellezza che avete. Non so se vi è stato detto che io faccio ciò per finzione (allo scopo di ingannarvi), poiché voi sempre vi nascondete (per evitarmi). Sappiatelo per altri segni (cioè dalle emozioni e dai turbamenti visibili sul mio volto) quello che io non riesco a dire con la lingua, quando mi vedrete.

Nella
terza parte (vv. 55-63), costituita dal “congedo”, il poeta rivolge alla donna amata una preghiera franca, aperta, decisa, affinché gli faccia dono del suo caro amore:

Vai, o canzonetta nuova, e canta una cosa nuova (mai detta prima per mancanza di coraggio). Sorgi e presentati di buon mattino davanti alla donna più bella fra le donne degne di essere amate, (a quella che è) più bionda dell’oro puro e raffinato: «il vostro amore, che è prezioso, donatelo al notaro che è nato a Lentini».

Dante, Purgatorio, Canto XXIV, vv. 55-57.

“O frate, issa vegg’io”, diss’elli, “il nodo
che ‘l Notaro e Guittone e me ritenne
di qua dal dolce stil novo ch’i’ odo!”

Il «nodo» che trattenne Guittone (esponente della Scuola Toscana), Jacopo da Lentini (esponente della Scuola Siciliana) e Bonagiunta Orbicciani (che trasportò in ambiente toscano l'esperienza poetica siciliana) al di là del “dolce stile” inaugurato da Dante e dalla sua cerchia di amici, fu proprio la concezione dell'amore come passione e non come virtù od introspezione.

Claudio Di Scalzo

martedì 16 febbraio 2010

Ugo Foscolo: In morte del fratello Giovanni, A Zacinto, Alla sera.


In un opuscolo pubblicato nel 1803 il poeta presentava “A Luigia Pallavicini caduta da cavallo”; “All’amica risanata” e dodici sonetti, scritti tra il 1797 e il 1803. Si tratta di opere che rientrano nell’orizzonte della poetica neoclassica, in cui ai grandi modelli contemporanei che ispiravano l’Ortis (Rousseau, Alfieri) si sostituiscono i modelli classici. I primi sonetti, otto, scritti tra il 1798 e il 1802, sono fitti di riferimenti letterari e di toni enfatici e retorici. I sonetti maggiori, quattro per la precisione, sono invece considerati tra i migliori della letteratura italiana. I titoli con cui sono noti (Alla musa, In morte del fratello Giovanni, A Zacinto, Alla sera) non si devono a Foscolo.

Commentiamo ed operiamo la parafrasi degli ultimi tre sonetti.

Un dì, s’io non andrò sempre fuggendo (“In morte del fratello Giovanni”) anticipa il motivo, approfondito poi nei Sepolcri, della corrispondenza di amorosi sensi fra i vivi e i defunti, attorno alla tomba.

Né più mai toccherò le sacre sponde (“A Zacinto”) è incentrato sul tema dell’esule, acui il detsino non può riservare altro che un sepolcro non confortato dal pianto perché si trova in terra straniera, lontano dai congiunti e dai compatrioti. Il dramma della “illacrimata sepoltura” è consolato dal ricordo d’infanzia di una terra che è anche la sede di una classicità idealizzata e rasserenante.

Forse perché della fatal quiete (“Alla sera") è basato sul motivo preromantico della notte come prefigurazione della morte che si risolve nel mesto conforto della provvisoria pace serale dello spirito.


IN MORTE DEL FRATELLO GIOVANNI

Un dì, s'io non andrò sempre fuggendo
di gente in gente, mi vedrai seduto
su la tua pietra , o fratel mio, gemendo
il fior de' tuoi gentili anni caduto.

La madre or sol, suo dì tardo traendo,
parla di me col tuo cenere muto:
ma io deluse a voi le palme tendo;
e se da lunge i miei tetti saluto,

sento gli avversi Numi, e le secrete
cure che al viver tuo furon tempesta,
e prego anch'io nel tuo porto quiete.

Questo di tanta speme oggi mi resta!
Straniere genti, l'ossa mie rendete
allora al petto della madre mesta.



“In morte del fratello Giovanni”, dei sonetti «maggiori», è il più ricco di motivi sulla questione della Tomba e del destino ulisseo di Foscolo, dell’esilio, dell’amore e della gloria che non si realizzano. Infatti Zacinto sviluppa il motivo dell’esilio e dell’illacrimata sepoltura, e “Alla sera” propone la riflessione del poeta sulla sera, vista come simbolo della pace e della morte. Il Foscolo stesso dovette giudicare perfetto ed esemplare questo sonetto, perché lo riportò, solo fra tutti gli altri, nel Saggio sulla storia del sonetto italiano.

Il sonetto si può dividere in tre parti. Nella prima parte (vv. 1-4), Foscolo promette al fratello che, se un giorno cesserà il suo peregrinare esule di terra in tetra, verrà anche lui a piangere sulla sua tomba. Per ora, dice il poeta nella seconda parte (vv. 5-12), soltanto la madre, trascinando la sua vecchiaia, piange sulla tomba del fratello morto e parla a lui dell’altro figlio lontano (e cioè il poeta stesso) che invano spera di andare a vivere con lei, perché si sente perseguitato dallo stesso destino avverso e sente la stessa pena di vivere che ebbe il fratello, e lo stesso desiderio di quella pace che si gode soltanto nel grembo della morte.
Fallite le dolci speranze della giovinezza, (la libertà della patria, l’amore, l’eroismo, la virtù, la gloria, ecc.), non rimane al poeta che la speranza nella pace eterna della morte.
«Questo di tanta speme oggi mi resta!»

Il sonetto, iniziato col tema dell’esilio («Un dì, s’io non andrò sempre fuggendo/ di gente in gente»), si conclude con il presentimento della morte in terra straniera.

Il poeta, nella terza parte, costituita dall’ultima coppia di versi, rivolge alle genti straniere la preghiera di restituire le sue ossa. dopo la morte, alla madre, perché la sua tomba possa avere almeno il conforto del pianto dell’amore materno.



A ZACINTO

Né più mai toccherò le sacre sponde
ove il mio corpo fanciulletto giacque,
Zacinto mia, che te specchi nell'onde
del greco mar da cui vergine nacque

Venere, e fea quelle isole feconde
col suo primo sorriso, onde non tacque
le tue limpide nubi e le tue fronde
l'inclito verso di colui che l'acque

cantò fatali, e il diverso esiglio
per cui bello di fama e di sventura
baciò la sua petrosa Itaca Ulisse.

Tu non altro che il canto avrai del figlio,
o materna mia terra; a noi prescrisse
il fato illacrimata sepoltura.



Il sonetto svolge due motivi strettamente congiunti: la rievocazione nostalgica della patria lontana ed il presentimento dell’illacrimata sepoltura.
Il primo motivo (vv. 1- 11) si estende per quasi tutto il sonetto.
Il poeta ha il presentimento di non rivedere più Zacinto, dove visse la fanciullezza. Il ricordo della patria lontana richiama alla mente del poeta la bellezza del suo mare, il mito di Venere nata dalla spuma del mare, la poesia di Omero che celebrò la bellezza di Zacinto e narrò le peregrinazioni di Ulisse, l’eroe perseguitato dal destino, che finalmente approdò e baciò la sua Itaca petrosa, un lembo di terra rocciosa, arida, povera, ma cara al suo cuore perché era la patria.

Il secondo motivo è lo sviluppo logico del primo e occupa gli ultimi tre versi del sonetto. Il ricordo di Ulisse fa ripiegare il poeta su se stesso e gli fa avvertire l’analogia del proprio destino con quello dell’eroe greco: anch’egli, infatti, si sente perseguitato da una sorte avversa e crudele, ma poi ha il presentimento della diversità della sua conclusione. L’Ulisse omerico riuscì finalmente un giorno a rivedere la patria, l’Ulisse moderno, il Foscolo stesso, ha il presentimento della morte in terra straniera, in assoluta solitudine, non confortata dal pianto dei congiunti e degli amici. Al mito classico dell’eroe pellegrino che prima o poi raggiunge la patria si sostituisce il mito, romantico, di colui che non riuscirà a trovare casa.



ALLA SERA

Forse perché della fatal quïete
tu sei l'immago a me sì cara vieni
o sera! E quando ti corteggian liete
le nubi estive e i zeffiri sereni,

e quando dal nevoso aere inquïete
tenebre e lunghe all'universo meni
sempre scendi invocata, e le secrete
vie del mio cor soavemente tieni.

Vagar mi fai co' miei pensier su l'orme
che vanno al nulla eterno; e intanto fugge
questo reo tempo, e van con lui le torme

delle cure onde meco egli si strugge;
e mentre io guardo la tua pace, dorme
quello spirto guerrier ch'entro mi rugge.



Ritroviamo qui la caratteristica dei sonetti maggiori del Foscolo: la tendenza a universalizzare i propri sentimenti, a trasformare cioè un’esperienza personale in un tema di meditazione sul comune destino di dolore degli uomini.

Il poeta, rivolgendosi alla sera, dice, nelle due quartine, che essa, con l’atmosfera di silenzio e di pace che diffonde intorno, gli è sempre cara in ogni stagione, perché gli suggerisce il pensiero della pace eterna della morte e l’idea del nulla eterno, in cui si dissolvono le passioni e gli affanni della vita umana.
Dalla pace della sera e dalla meditazione sul nulla eterno deriva (nelle due terzine) all’animo del poeta un senso di ristoro e di pace. Egli sente infatti placarsi e assopirsi momentaneamente il tumulto dei sentimenti e delle passioni, nel quale trascorre la vita. «Mentre guardo la tua pace», egli conclude, «dorme quello spirto guerrier ch’entro mi rugge».

Il sonetto è d’intonazione preromantica, perché svolge il motivo dell’animazione romantica della natura, alla quale vengono attribuiti i sentimenti umani della letizia (liete sono le nubi estive, sereni i venti) o del dolore (inquiete sono le tenebre). Classica è, invece, al di là dell’uso di termini latineggianti (immago, aere, torme, cure), la linearità della struttura, la pacatezza dell’espressione, il dominio dei sentimenti.

Claudio Di Scalzo

Amore all'esame. Marx, Nietzsche, Freud, Kafka, Milena, Majakovskij

Che argomento scegliere per la tesina? Che argomento rendere centrale nelle discipline umanistiche? Partiamo da qui. Allora mi preme indicare alcuni autori, che sono stati negli ultimi decenni occultati, perché hanno sviluppato la critica della cultura e dell’ideologia. Marx, Nietzsche, Freud. Nomi utili, in un esame, per sviluppare nello studente il rapporto tra interiorità e libertà. Perché mai come oggi c’è necessità di autori che inquietino. Le nuove generazioni dai ventenni ai trentenni vivono magari da anticonformisti nell’abbigliamento, ma poi pensano e agiscono come nell’800 riguardo a strutture come la famiglia, il matrimonio, i figli, la libertà della donna, lo stato. Marx rivela come le forme dello spirito (le istituzioni) siano costruzioni ideali, proiezioni, della concreta realtà economica. Sottomettersi a queste proiezioni configura l’alienazione, cioè l’estraniazione da sé. Di fatto viene accettata l’ideologia dominante. Lo studente con Marx può ricostruire il secondo ‘800 con le sue contraddizioni e i suoi sviluppi.

Veniamo a Nietzsche. La vicina Engadina, per gli studenti valtellinesi e lombardi, dove soggiornò e scrisse, diventa basilare. Per la lingua tedesca, la geografia, la storia. Il filosofo può diventare una ventata di liberazione contro lo stordimento dato dalle apparenze. I pretesi valori sono solo menzogne perché se si cercano i moventi psicologici delle azioni altruistiche s’incontra l’egoismo. Se uno pensa di dire la verità in realtà mente imitando le regole sociali del linguaggio predominante. Ogni parola, cari signori dice, è una metafora, metafore che non hanno un legame necessario con l’essere della cosa, che credete?, non potete pretendere una verità oggettiva. Le parole che usate sono immagini che raccontano la vostra reazione soggettiva alle cose e agli eventi. Ma Nietzsche scopre anche l’apollineo e il dionisiaco. L’impulso apollineo spinge perché noi si cerchi rifugio nelle forme definite. Il secondo, il dionisiaco, nasce dal senso che il tempo scorre in modo irrimediabile, nasciamo moriamo, e la cornice di questo travaglio è la percezione degli istinti vitali. Dunque la vera realtà è l’energia con la quale la vita bussa ai nostri cuori e ai nostri sensi in modo irrazionale cercando di imporsi con tutti i mezzi. Resistervi conduce alla sofferenza. Tutte le forme delle convenzioni sociali create dall’uomo sono state create per resistere, in modo erroneo, a questo flusso di vita e di desideri.

Veniamo di sfuggita a Freud. L’altro maestro che può aiutare gli studenti a ribaltare le convenzioni. L’inconscio - che a volte si scatena nei sogni, in atteggiamenti fuori della norma, poi presto rientrati - suggerisce i nostri desideri che non osiamo (o non possiamo) appagare per via della censura sociale. Emerge il disagio della civiltà e cioè l’insoddisfazione che deriva dalle repressione delle nostre pulsioni. Nietzsche e Freud non propongono un’etica alternativa ma semplicemente demistificano la fede nell’autorità morale (Per Nietzsche è la voce del gregge in noi.) e indicano la responsabilità individuale nel non sottostarvi. Oppure se la si accetta che venga ammesso, senza falsi schemi, che è per la sopravvivenza e per la parvenza.

Per gli studenti che però volessero procedere a tema: consiglio: l’amore: vissuto e raccontato da Hölderlin, Majakovskj, Kafka. L’amore per conoscere un altro linguaggio che permetta agli studenti di inventare le parole per il discorso amoroso e di vincere gli stereotipi da telefilm, i buoni sentimenti zuccherosi, il dominio degli issimo dei superlativi assoluti. Partiamo da Hölderlin. Lo studente potrà ricostruire per storia della politica e dell’arte la fine ‘700, per filosofia il romanticismo. E poi presentare l’amore del poeta per Susette, la sua Diotima, maritata Gontard. Le lettere. Le poesie. E la follia di lui dopo la morte dell’amata. Ogni giorno percorro altri sentieri,/ raggiungo il verde bosco o la fontana,/ le rocce ove fioriscono le rose,/ dalla collina guardo la contrada,/ ma non ti trovo nella luce mai./ Dileguano nell’aria le parole,/ religiose parole d’altro tempo/ Davvero sei lontano, amato volto/ (…).

Con Majakovskij lo studente potrà conoscere chi si fece incidere il petto, furibondo di passione, dalla fede nel comunismo poetico e nell’amore oltre ogni steccato borghese per Lilja Brik. «Per me l’amore non si misura con le nozze. Per me l’amore non è il paradiso terrestre. Per me l’amore annuncia ronzando che di nuovo è stato messo in marcia il motore raffreddato del cuore». Quale migliore occasione per conoscere un rivoluzionario nelle forme metriche e in politica. La tragedia del comunismo che si ripiega nel terrore staliniano e l’amore che si smarrisce. E il suicidio con il coraggio di un ribelle. Con l’ultima poesia prima del colpo di pistola. Mi ama – non mi ama. Io mi torco le mani e sparpaglio le dita spezzate. Così si colgono, esprimendo un desiderio, così si gettano in maggio corolle di margherite sui sentieri. Tintinni a profusione l’argento degli anni! Spero, ho fiducia che non verrà mai da me l’ignominioso buon senso. Chi si scandalizzerà che gli studenti studino un poeta comunista e suicida vorrà dire che non sanno cos’è l’amore.

Ultimo autore per una possibile tesina sull’amore: Kafka. La Mitteleuropa e la letteratura tedesca fra le due guerre. Kafka che anticipa il surrealismo che innova la letteratura fantastica, forse la fonda, Kafka che intuisce il totalitarismo. Quanti collegamenti: infiniti come le sue interpretazioni. Ma io propongo Kafka innamorato di Milena e le lettere che le scrisse. Letteratura e vita talmente intrecciate da confondersi come fa il vento con la moltitudine degli steli. Non si sa più chi agita chi. «Tu sei il coltello con il quale rovisto dentro di me». Non c’è bisogna d’aggiungere altro: l’amore come forma di conoscenza anche dolorosa.

Questi alcuni suggerimenti per l’esame del 2006 e quelli che verranno. Forse saranno presi in considerazione. Del resto sull’amore gli studenti, che in genere lo vivono, possono prendere dei voti più alti dei loro prof. che su quest’argomento - mentre sdottoreggiano su tutto - stranamente tacciono.

Claudio Di Scalzo