mercoledì 22 aprile 2015

L'Età giolittiana e il Decollo industriale italiano. Pascoli e "La grande proletaria s'è mossa". materiali per tesine a cura di Claudio Di Scalzo



L'età giolittiana e il decollo industriale. Pascoli e La Grande Proletaria s'è mossa.
A cura di Claudio Di Scalzo


Il decollo industriale italiano

Nei primi anni del nuovo secolo, a quarant’anni di distanza dalla realizzazione dell’Unità l’Italia stava vivendo la stagione del proprio decollo industriale: «Nel periodo 1896-1908», ha scritto lo storico Giorgio Canderolo, «si iniziò un processo irreversibile di trasformazione strutturale che doveva portare l’industria a divenire nel corso di pochi decenni il principale ramo dell’attività economica nazionale». La crescita riguardò in primo luogo i comparti tradizionali del nostro sistema industriale: il settore tessile, il settore agro-alimentare (che fornivano da soli circa il 60% della ricchezza netta prodotta dall’industria italiana) e, in particolare, l’industria saccarifera, grazie anche alla forte protezione della tariffa doganale introdotta dalla sinistra nel 1887. L’aspetto più importante del decollo economico, tuttavia, fu lo sviluppo di nuovi settori di base, in primo luogo l’industria siderurgica che, protetta dalla tariffa doganale, si ristrutturò e rinnovò tecnologicamente, mettendosi così in condizione di produrre laminati d’acciaio a ciclo integrale (senza raffreddamento del prodotto). Oltre all’acciaieria Terni, un altro gran complesso siderurgico sorse a Bagnoli, presso Napoli.
La formazione di un’industria siderurgica nazionale ebbe un’importanza cruciale nell’industrializzazione italiana, benché questo settore producesse ancora con costi troppo elevati perché reggano la concorrenza straniera e avesse quindi necessità di essere sostenuto dallo stato, sia con la tariffa doganale sia con le commesse militari, navali e ferroviarie. Importanza altrettanto rilevante ebbe, in un paese povero di risorse energetiche come l’Italia, lo sviluppo dell’industria idroelettrica, grazie a cospicui investimenti nella costruzione di grandi centrali idroelettriche (come quelle si Tivoli, 1892, e Paterno d’Adda, 1898) e nella distribuzione dell’energia (società Edison).

Grande vitalità, nonostante la bassa protezione doganale, dimostrò inoltre l’industria meccanica, che si sviluppò tra il 1896 e il 1910 al ritmo del 10 % annuo, in particolare raddoppiando la produzione industriale in meno di otto anni. I prodotti sui quali principalmente si reggeva questo nuovo settore dell’industria italiana erano i mezzi di trasporto (come locomotive, vagoni e tramway delle città), i macchinari pesanti (turbine per navi, caldaie, impianti a vapore), le macchine utensili di precisione, le macchine per cucire e le nuove macchine per scrivere (nel 1908 nacque la Olivetti).
Iniziò a svilupparsi anche un settore destinato a grande fortuna nel nostro paese, quello dell’automobile: in questo campo non esistevano ancora grandi imprese internazionali consolidate (ricordiamo che all’inizio del secolo l’automobile era ancora un bene di lusso) e ciò favorì l’iniziativa di intraprendenti imprenditori, come Giovanni Agnelli che nel 1899 fondò la FIAT, la Fabbrica Italiana Automobili Torino. Nel 1901 al Fiat, che impiegava 150 dipendenti, produsse 73 automobili, pari a un quinto di tutte quelle fabbricate in quell’anno in Italia.

Quali condizioni resero possibile questo sviluppo in un paese povero di materie prime e capitali, fattori entrambi necessari per dar vita ad un impianto industriale moderno? Oltre al ruolo giocato dallo Stato, con ilprotezionismo e le commesse pubbliche, grande importanza ebbe il riordino del sistema bancario, il cui dissesto aveva causato gravi turbamenti anche nella vita politica (come lo scandalo della Banca Romana nei primi anni ’90): nel 1893 fu creata la BANCA D’ITALIA, cioè la banca centrale incaricata di regolare l’emissione di carta moneta e il sistema finanziario e creditizio; nacquero inoltre nuovi istituti di credito sul modello della Banca mista, come la Banca Commerciale Italiana e il Credito Italiano (con capitali in gran parte tedeschi). Ricordiamo che la “banca mista” deve il suo nome alla duplice funzione che svolge: raccoglie il risparmio dei cittadini e lo investe finanziano società commerciali e industriali, talora fondate dalla banca stessa. Questi istituti di credito assicurano i capitali necessari a finanziare investimenti costosi (come centrali elettriche), prelevandoli in buona misura nel circuito finanziari svizzero e tedesco (segno che investire in Italia veniva considerato un buon affare dai banchieri d’oltralpe). Non bisogna poi trascurare le entrate del turismo e le rimesse degli emigranti, cioè i risparmi inviati in patria dai lavoratori italiani che emigravano, nel primo decennio del Novecento, al ritmo di mezzo milione l’anno. Le rimesse portavano ogni anno nel paese valuta per 300-500 milioni e furono uno dei fattori che permisero all’Italia di equilibrare la bilancia dei pagamenti in una fase in cui erano necessarie ingenti importazioni di materie prime per sostenere lo sviluppo dell’industrializzazione.

Tra il 1886 e il 1911 il reddito nazionale italiano aumentò del 50% in termini reali, indice di una decisa crescita economica. Questo sviluppo, tuttavia, presentava al suo interno gravi contraddizioni e squilibri, il più grave dei quali fu l’accrescersi di quel dualismo economico fra nord e sud del paese di cui abbiamo già avuto modo di considerare le radici storiche. Anche per l’agricoltura italiana la fase a cavallo dei due secoli fu caratterizzata dalla crescita, seppure inferiore a quella dell’industria (2% di incremento medio annuo nel periodo 1897-1913, contro l’oltre 6% dell’industria). A favore della ripresa giocarono la fine della crisi agraria degli anni settanta-ottanta dell’Ottocento, considerata dall’allineamento dei prezzi agricoli europei e americani, e la costante tendenza al rialzo dei prezzi. Peraltro,questi dati positivi vanno ascritti per la maggior parte alla pianura padana, dove, come sappiamo, la crisi agraria e il protezionismo avevano favorito ingenti investimenti, soprattutto nella meccanizzazione e nell’uso di fertilizzanti chimici. Stazionaria rimase invece la situazione nel Mezzogiorno, mentre l’agricoltura mezzadrile dell’Italia centrale mostrava segni più gravi di ritardo. Anche nel settore agricolo, dunque, gli squilibri territoriali si accentuarono. Già al momento dell’Unità l’economia meridionale era sensibilmente in ritardo rispetto a quella settentrionale, ma questa distanza aumentò ulteriormente nei cinquant’anni successivi, per effetti di scelte economiche (come il protezionismo) che privilegiavano lo sviluppo del settentrione. L’Italia si sviluppava “a forbice”: a fronte della crescita del nord, e particolarmente del cosiddetto “triangolo industriale” (Torino-Milano-Genova), già da tempo inserito nel circuito dell’economia europea, le regioni del Mezzogiorno, pur conoscendo anch’esse una certa crescita, perdevano sempre più terreno. Laquestione meridionale divenne così in questi anni uno dei grandi nodi irrisolti nella vita italiana.


Le lotte sociali e la crisi di fine secolo

Strettamente intrecciato con quello del dualismo nord-sud, un altro tema venne a occupare il cento della vita politica nazionale: la questione sociale, cioè il problema delle condizioni di vita delle masse contadine e operaie. Il problema fondamentale per larghi strati della popolazione italiana continuava a essere quello della sopravvivenza, come dimostra l’enorme sviluppo delfenomeno migratorio. Nonostante la crescita economica, gli squilibri territoriali che la caratterizzarono e la contemporanea pressione demografica (la popolazione passò dai 29 milioni del 1887 ai 36 del 1914) determinarono un vero e proprio picco migratorio. Gli emigranti passarono dai circa 5 milioni del periodo 1876-1900, agli 8 milioni del 1901-1913 (di cui oltre 3 milioni verso gli Stati Uniti). Mentre sino alla fine dell’Ottocento si emigrava soprattutto dalle regioni settentrionali (in particolare dalla Liguria e dal Veneto) verso l’America latina, nel nuovo secolo, a seguito del peggioramento delle condizioni di vita, si avviarono migrazioni massicce dall’Italia meridionale verso gli Stati Uniti.
Il problema sociale riguardava innanzitutto il mondo contadino, dato il carattere ancora prevalentemente agricolo dell’economia italiana.
Le condizioni di vita delle campagne italiane dopo l’unità rimasero a lungo pessime, come venne puntualmente rilevato dalle inchieste parlamentari del periodo: fatiscenti le abitazioni, inadeguato il regime alimentare (il pane bianco era un lusso), altissima la mortalità dovuta a tifo, colera, vaiolo, malaria e pellagra (una malattia causata dalla denutrizione).
Le pesanti imposizioni fiscali, la crisi agraria e la scelta protezionistica, i cui costi furono pagati in massima parte dai consumatori, cioè dalle masse popolari, provocarono un ulteriore peggioramento delle condizioni di vita.
Le reazioni del mondo contadino a questa condizione di grave disagio furono differenziate, così come sempre più eterogeneo diveniva il volto del paesaggio italiano per effetto delle trasformazioni economiche. Nel meridione, l’effetto congiunto della crisi agraria e della sovrappopolazione fu quello di aumentare lo sfruttamento e la precarietà dei lavoratori: «Le piazze meridionali» ha scritto Raffaele Romanelli «si trasformarono in mercati d’uomini che i padroni quotidianamente assoldavano a piacimento e per retribuzioni bassissime». A questi lavoratori non restava che la via delle periodiche rivolte (come il caso dei Fasci siciliani) o quello dell’emigrazione, temporanea e interregionale (per esempio verso il “mercato delle braccia” dell’edilizia) o definitiva.

Nelle compagne padane, invece, dove si ebbe lo sviluppo di un’agricoltura capitalistica, si formò un proletariato agricolo bracciantile che maturò rapidamente una forte solidarietà e coscienza sindacale. Qui, a partire dagli anni ottanta, si registrò un grande sviluppo del movimento organizzato dei contadini, con associazioni, leghe, ricorso sistematico allo sciopero. Protagonisti di queste lotte furono i braccianti emiliani e lombardi, i “risaioli” e le “mondine” piemontesi e bolognesi: lavoratori avventizi, privi di qualunque sicurezza del posto di lavoro,continuamente sottoposti al ricatto dei padroni che trovavano negli immigrati e nei “crumiri” un facile strumento per tenere bassi i salari e contrastare le rivendicazioni sindacali. Obbiettivi delle agitazioni erano l’aumento della paga, il controllo del collocamento e l’imponibile di manodopera (cioè l’adozione di regole, controlla te dagli stessi lavoratori, che vincolassero gli agrari nell’assunzione di braccianti). Nel 1901 nacque la Federterra (Federazione italiana dei lavoratori della terra), una vasta e ramificata organizzazione contadina di ispirazione socialista.

Contemporaneamente, veniva formandosi anche in Italia un proletariato industriale sempre più esteso. Nel 1901 l’industria tessile contava oltre un milione di operai, quella metallurgica e meccanica quasi 300.000, quella alimentare 150.000. Le condizioni di lavoro e di vita di questo proletariato industriale erano simili a quelle che, cinquant’anni più indietro, avevano conosciuto gli operai dei Paesi di prima industrializzazione. Salari bassissimi; nessuna garanzia del posto di lavoro e del salario; multe, trattenute, punizioni, regolamenti di fabbrica vessatori; larga diffusione del lavoro minorile; controlli minuziosi e asfissianti non solo sul lavoro, ma anche sulla vota privata dell’operaio: tutte condizioni che derivavano da una cultura imprenditoriale autoritaria o, nel migliore dei casi, paternalistica, che non ammetteva nessuna autonomia dell’operaio, e da un mercato del lavoro sbilanciato a favore dei padroni, data l’abbondante disponibilità di forza-lavoro. Analogamente a quanto era avvenuto negli altri paesi industrializzati, lo sviluppo del proletariato di fabbrica portò con sé una crescita dell’organizzazione e della coscienza sindacale. Dall’associazionismo mutualistico tipico delle Società di mutuo soccorso, il cui fine era di tipo assistenziale e previdenziale, si passò alsindacalismo organizzato di ispirazione socialista, consapevolmente basato sul conflitto sociale e sulla lotta di classe. Negli anni novanta sorsero in molte città le camere di lavoro, che organizzavano su base territoriale lavoratori di diversi settori (meccanici, tessili, siderurgici ecc.).
Nel 1906 nacque la Confederazione generale italiana del lavoro (CGIL), di ispirazione socialista, che con oltre 500.000 iscritti dirigeva la lotta sindacale a livello nazionale. Gli scioperi aumentavano considerevolmente di numero e d’intensità. Gli obbiettivi erano di ordine sindacale – aumenti salariali, riduzione della giornata lavorativa (allora di 12 ore), assistenza in caso di malattia – ma anche di tipo politico: suffragio universale, diritto di sciopero, riconoscimento legale del sindacato, proteste contro le repressioni attuate dalla forza pubblica.
Nei decenni successivi all’Unità il movimento operaio italiano aveva visto prevalere la componente mazziniana, ostile alla lotta di classe, e soprattutto l’anarchismo, che rifiutava la partecipazione alla vita politica dello stato e propugnava cospirazioni e sommosse rivoluzionarie (ne furono organizzate nel 1874 e nel 1877, senza successo). L’anarchismo fu a lungo dominante nell’Emilia-Romagna e nel meridione, raccogliendo aderenti soprattutto nelle campagne, presso i lavoratori a domicilio e nei ceti più poveri delle città. La sua influenza venne progressivamente declinando (senza però scomparire) man mano che il socialismo di ispirazione marxista si affermava presso la classe operaia e una parte della borghesia intellettuale. Lo stesso Andrea Costa (1851-1910), leader del movimento anarchico romagnolo, se ne distaccò nel 1879 e nel1882 venne eletto in parlamento nell’estrema Sinistra: «La rivoluzione» scrisse Costa nella celebre Lettera agli amici di Romagna «è inevitabile, ma l’esperienza ci ha, credo, dimostrato che non è cosa né di un giorno né di un anno. Perciò, aspettando e provocando il suo avvento fatale, cerchiamo qual è il programma generale intorno a cui si raccolgono tutte le forze vive e progressive della generazione nostra».

La nascita nel 1892, a Genova, del Partito dei lavoratori - che due anni più tardi prese definitivamente il nome di Partito socialista italiano - fu un evento di grande importanza non solo per il movimento operaio, ma per l’intera vita politica e sociale italiana. Con esso, infatti, si costituiva in Italia il primo partito moderno di massa e il movimento dei lavoratori entrava a pieno titolo nella lotta politica e parlamentare. Con lo sviluppo del proletariato industriale settentrionale erano nati diversi gruppi di orientamento socialista, che si opponevano agli anarchici propugnando metodi legali di lotta sindacale e politica. Fu da questo insieme di esperienze e di organizzazioni che nacque ilPartito socialista, in cui ebbe un ruolo sin dall’inizio determinante l’avvocato milanese Filippo Turati (1857-1932), assertore di un socialismo di orientamento riformista. Separandosi dalla componente anarchica, il Partito socialista si mosse secondo una linea politica ispirata al modello della socialdemocratica tedesca: partecipazione alle elezioni e lotta per riforme sociali e politiche nella prospettiva della costruzione graduale, senza rotture rivoluzionarie, della società socialista. Nel clima autoritario e repressivo dell’ultimo decennio del secolo, il nuovo partito seppe affermarsi solidamente, contribuendo anche, come vedremo, alla salvaguardia delle libertà democratiche. Esso, però, si radicò soprattutto presso la classe operaia e il bracciantato agricolo settentrionale, mentre ebbe scarsa presa nelle campagne meridionali.

Sottoposto alle tensioni derivanti dall’inasprirsi del conflitto sociale, il sistema politico liberale non seppe far altro, in un primo tempo, che accentuare la linea autoritaria inaugurata da Crispi, sino a giungere, con la cosiddetta crisi di fine secolo, a un passo dal tracollo.
Nel 1897 il Partito socialista aveva ottenuto 135.000 voti e 15 deputati, iniziando a rappresentare una seria minaccia per la classe dirigente più reazionaria. Nella primavera successiva, dopo un’annata di cattivi raccolti, esplosero in tutto il paese nuovi moti spontanei, non organizzati dai socialisti, contro il rincaro dei prezzi del pane: il popolo affamato prese d’assalto i forni, i mulini, i municipi. «La protesta dello stomaco», osservò il repubblicano Napoleone Colajanni, «assegna al nostro paese un posto speciale, perché vede riprodurre i fenomeni che non si credevano più possibili nella civile Europa occidentale». Proteste contro la politica (in particolare contro i dazi sul grano) si verificarono ovunque, saldandosi con vaste agitazioni contadine e operaie per ottenere aumenti salariali.
La reazione del governo, presieduto dal marchese Di Rudinì, fu ovunque durissima: l’episodio più grave si verificò a Milano, dove il generale Bava Baccaris usò i cannoni contro la folla (6 maggio 1898), provocando un centinaio di vittime. Seguendo la prassi inaugurata da Crispi, fu proclamato lo stato d’assedio a Milano, Livorno, Firenze, Napoli. La tensione si fece acutissima. Il governo fece arrestare dirigenti e deputati repubblicani e socialisti (Turati fu condannato a 12 anni di carcere), chiuse un centinaio di giornali di opposizione, anche cattolici, limitò la libertà di stampa di associazione e di riunione. Subito dopo, furono proposte in votazione alle camere leggi che rendevano permanenti i provvedimenti restrittivi presi nel corso dei tumulti. I gruppi reazionari avanzarono l’idea di un mutamento istituzionale che sottrasse il governo al controllo del parlamento. Si giunse vicini a un colpo di stato contro il regime parlamentare.
La svolta autoritaria tuttavia non ci fu: la Sinistra radicale e i socialisti si mobilitarono alla camera in difesa della libertà costituzionale, attuando per la prima volta l’ostruzionismo parlamentare; d’altro canto, nell’area liberale prevalse la corrente, facente capo a Giovanni Giolitti, contraria a una riduzione delle libertà civili e democratiche. Molti esponenti della classe dirigente compresero infatti che le rivendicazioni popolari nascevano da un disagio grave e reale e che la crisi del paese doveva essere risolta avviando una legislazione sociale e nel rispetto dell’ordinamento costituzionale liberale. Il punto di svolta si ebbe con le elezioni del giugno 1900, in cui le opposizioni (socialisti, radicali, repubblicani), presentatesi unite, passarono da 67 a 96 deputati (33 dei quali socialisti). Il governo fu affidato al vecchio parlamentare piemontese Giuseppe Saracco.
Il governo di Saracco durò solo qualche mese ed è ricordato per i suoi tentennamenti, oltreché per aver assistito al regicidio di Umberto I,assassinato a Monza, il 29 luglio del 1900, dall’anarchico Bresci, venuto apposta dagli Stati Uniti a vendicare i caduti di Milano e le decorazioni di Bava Beccaris.
Dopo la morte di un re che gli agiografi, non trovando niente di meglio, felicitarono dell’aggettivo “buono”, che vuol dire tutto e niente, il suo successore Vittorio Emanuele III, inaugurò il proprio regno affidando l’incarico di presiedere il consiglio dei ministri all’insigne giurista liberaleGiuseppe Zanardelli, il padre del nuovo codice penale, che affidò il dicastero degli Interni proprio a Giolitti, quasi ad indicarlo come suo alter ego e (evidentemente) successore in pectore.
Dopo nemmeno tre anni (novembre 1903) dal suo insediamento, Zanardelli si dimise per motivi di salute: nulla poteva ormai impedire l’ascesa definitiva di Giovanni Giolitti; e, infatti, il politico di Dronero subentrò al suo mentore.
Lo statista piemontese sarebbe rimasto al governo, quasi ininterrottamente, fino alla vigilia della Grande Guerra, dando all’Italia quell’impronta e quel carattere che prendono il nome di Età Giolittiana.


La strategia riformista di Giovanni Giolitti e il suo insuccesso

L’Italia che Giolitti si trovò a governare non era certo un paese prospero o tranquillo, nonostante le enormi potenzialità che si erano già manifestate: alcune occasioni, come quella di diventare il porto d’Europa verso il sud-est, dopo l’apertura del canale di Suez (1869), erano già per buona parte sfumate; l’emigrazione era una piaga enorme, l’analfabetismo interessava ancora quasi il cinquanta per cento degli adulti, la rivolta sociale minacciava di scoppiare ad ogni giro di vite: bisognava costruire infrastrutture, trovare sbocchi lavorativi, pacificare la società.
L’Italia, a differenza di quasi tutti i paesi europei, non possedeva, salvo la modestissima Somalia, annessa nel 1905, colonie da cui attingere materie prime a basso costo e verso cui deviare le grandi masse, soprattutto contadine, di disoccupati o sottoccupati; non aveva carbone e la sua agricoltura, salvo alcune zone particolari del Paese, era ad uno stadio arretrato: in seguito al trattato del Bardo, con cui la Francia, di fatto, si annetté la Tunisia (1881) e ad un’aspra contesa economica coi transalpini, il governo italiano, nel 1882, aveva aderito ad un’alleanza difensiva con l’Austria Ungheria e con l’impero germanico, di cui re Umberto I era grande ammiratore, ma questa alleanza non riscuoteva grandi entusiasmi nella popolazione, cresciuta nel culto della lotta risorgimentale contro il “nemico ereditario” e risultava, in termini di politica estera, poco fruttifera per il nostro Paese.
Inoltre, il nostro era uno stato giovane, scarsamente omogeneo nella popolazione e politicamente poco evoluto; insomma, Giolitti avrebbe dovuto mettere le mani in un bel gomitolo di problemi.
Ma quello che sarebbe divenuto il “boja labbrone”, aveva le idee chiare, oltre che un fiuto rabdomantico per mantenere la poltrona; si può ammirare o disprezzare Giolitti per una serie di motivi, ma un fatto è certo: confronto ai presidenti del consiglio dei nostri giorni, la sua fu una generazione di giganti!
La prima cosa che Giolitti fece, fu di prendere atto dell’esistenza di un cambiamento in corso nel Paese, dovuto alla crescita industriale: da una parte erano mutati i presupposti stessi dei rapporti di lavoro, dall’altra, masse sempre più imponenti di lavoratori premevano per avere una maggiore importanza come soggetto politico e per ottenere riforme sociali, aderendo compattamente al Partito Socialista.
Il primo ministro comprese che queste forze politiche non potevano essere, semplicemente, bollate di sovversivismo e, quindi represse duramente: era necessario che entrassero, debitamente emendate dei loro aspetti più eversivi, nel sistema liberale giolittiano.
Era la quadratura del cerchio: da una parte la rinuncia all’utilizzo della forza contro le manifestazioni dei lavoratori, sancita dall’atteggiamento del governo in occasione del primo sciopero generale italiano (1904), smorzò l’esasperazione delle sinistre e, dall’altra, gli imprenditori illuminati videro in questo paternalismo umanitario la valvola di sfogo che li preservava da problemi maggiori.
Agli imprenditori meno illuminati non restava che assoldare i loro freikorpsprivati, per reprimere, per così dire, in proprio, le manifestazioni sindacali: si tratta di un precedente interessante, che trovò larga imitazione al tempo dello squadrismo fascista dell’immediato dopoguerra.
L’idea chiave di questa posizione di Giolitti verso il rapporto tra datori di lavoro e dipendenti prende il nome di “neutralità statale”; essa postulava il non intervento dello stato nella contrattazione tra domanda ed offerta di lavoro, che dovevano misurarsi solo sul piede di un libero mercato, unico fattore a determinare i salari.
Psicologicamente, così, agli occhi del proletariato chi era colpevole di eventuali nequizie salariali non poteva essere lo Stato: Giolitti indicava ai lavoratori nuovi nemici; non era più il tempo di Bava Beccaris!

Il Partito Socialista, nel frattempo, doveva risolvere una grave crisi interna, che descriviamo un po’ sbrigativamente come il contrasto tra i cosiddetti “rivoluzionari”, che sostenevano la via dal basso al riscatto sociale del proletariato, e i “riformisti”, che credevano in una possibilità parlamentare di cambiamento della società.
Questi ultimi erano l’interlocutore privilegiato di Giolitti, e, in particolare, il loro leader Filippo Turati, cui Giolitti propose a più riprese di fare parte del suo governo.
Per evitare di giungere a quella scissione che, inevitabilmente, poi ci fu, Turati non accettò l’offerta del primo ministro, pur condividendone l’impostazione politica: lui, Treves, Bonomi, Bissolati e, in definitiva, coloro che erano l’incarnazione di un socialismo democratico, si avviavano, inevitabilmente, ad una sconfitta contro chi li voleva superare a sinistra, come Serrati, Lazzari o il rampante dirigente rivoluzionario Benito Mussolini, che sarebbe stato l’autore dell’OdG che li espelleva dal partito, in occasione del congresso di Reggio Emilia, nel 1912, con il plauso di Lenin.
Se i Socialisti litigavano su tutto, neppure per Giolitti, comunque, erano tutte rose e fiori, poiché egli doveva perennemente barcamenarsi (attività in cui eccelleva) tra le tensioni delle sinistre e le preoccupazioni dei moderati: questo, senza dubbio, rappresentò un forte vincolo alla sua attività riformista e causò il formarsi di un atteggiamento,a noi, purtroppo, ben noto, per il quale, più dell’attuazione dei programmi, contava il tenere unita una maggioranza che appoggiasse il governo, pur indossando la giubba di Arlecchino: dopo il no di Turati, Giolitti si spostò verso il moderatismo, strizzando l’occhio ai radicali.
Nel panorama politico italiano, tuttavia, aleggiava l’ombra di un convitato di pietra, che ufficialmente non era un soggetto politico, ma che lo sarebbe ben presto divenuto e che rappresentava una larga fetta di elettorato potenziale: il mondo cattolico.
L’Italia risorgimentale fu, senza dubbio, dominata dal laicismo, spesso dalla massoneria e, qualche volta, dal vero e proprio anticlericalismo: da una parte c’erano i Savoia, che avevano violato lo Stato della Chiesa e che avevano costretto il pontefice a rinchiudersi nelle mura leonine, cui si contrapponeva il“non expedit”, il divieto per i cattolici di partecipare alla vita politica italiana.
L’intransigenza pontificia verso i re d’Italia, però, vuoi per le guarentigie, vuoi perché i tempi cambiano, andava addolcendosi, e, già nel 1904, Papa Pio X aveva concesso, per arginare i successi socialisti, ai cattolici di alcuni collegi di votare per i liberali: si trattava di un passo modesto, ma, in proiezione, di grande importanza.
Al posto delle organizzazioni di cattolici più intransigenti iniziò ad affermarsi l’Azione Cattolica, di posizioni assai più vicine al sociale (ed al politico), mentre don Luigi Sturzo poneva le basi per la nascita del Partito Popolare, che sarebbe divenuto il punto di riferimento dell’elettorato cattolico italiano.
Il rientro ufficiale dell’elettorato cattolico in politica fu sancito da un patto che impegnava i liberali, eletti in parlamento coi voti dei cattolici, ad opporsi ad ogni iniziativa legislativa contraria alla morale cattolica: dal nome del suo ideatore, questo patto fu noto come “patto Gentiloni” e venne applicato in occasione delle prime elezioni politiche a suffragio universale maschile, nel 1913.
Nel frattempo, Giolitti cercava di dare la propria impronta al Paese, mettendo, però, anche in luce quei limiti che la situazione politica poneva alle sue riforme.
La politica estera vide un riavvicinamento progressivo alla Francia, iniziato nel 1902 con gli accordi Prinetti-Delcassé, che mise in posizione traballante la Triplice Alleanza e, se vogliamo, pose le premesse del Patto di Londra del 1915, che segnò lo schieramento dell’Italia accanto alle potenze dell’Intesa.
Il progetto di risanamento del Mezzogiorno si limitò ad una serie di leggi speciali (niente di nuovo, insomma) che non dovevano assolutamente ledere gli interessi dei conservatori, che erano l’espressione della classe dominante meridionale, legata al latifondismo e con cui il primo ministro tessé rapporti non sempre adamantini.
Quando, poi, mise mano alle infrastrutture, Giolitti dovette mandare avanti un suo prestanome, Alessandro Fortis, che governò tra il 1905 ed il 1906, giusto in tempo per fare approvare la legge di nazionalizzazione delle ferrovie, compreso un articolo che vietava lo sciopero dei ferrovieri, e raccogliere insulti e proteste del personale ferroviario, cui rispose con la forza pubblica: il timoniere di Dronero non si era sporcato le mani neppure questa volta.
Nel febbraio 1906, salì al potere il combattivo livornese Sidney Sonnino, capo dei liberali non giolittiani, quello dell’inchiesta con Jacini sulle reali condizioni dell’agricoltura nel Mezzogiorno, che subito propose delle incisive (a dir poco) riforme, a base di bonifiche, ridistribuzione di terre, ridiscussione dei patti agrari eccetera; con quale entusiasmo delle baronie meridionali è facile immaginare.
A maggio, Sonnino era già giubilato, a favore del ritorno in pompa magna di Giolitti, che sedette sullo scranno di primo ministro per quarantadue mesi filati, fino al dicembre del 1909.
Principale atto di governo di questi anni fu la diminuzione dei tassi d’interesse sui titoli di Stato, che permise di diminuire il debito pubblico: la legge sulla conversione della rendita.
Quando Giolitti, però, ripropose il suo vecchio progetto sulla tassazione progressiva dei redditi, che già aveva dovuto accantonare nel 1903, il Parlamento esplose ( a riprova del fatto che, quando si tocca il portafoglio, sono tutti d’accordo), e riapparve Sonnino (visto da tutti come l’antigiolitti per antonomasia) che fece il solito “mordi e fuggi”, visto che fu sostituito solo tre mesi dopo dall’economista Luigi Luzzatti, che, a sua volta, lasciò il posto ad un quarto governo Giolitti, nel marzo del 1911, caratterizzato da una più marcata impronta riformista.
Fu questo governo che s’imbarcò nell’impresa libica, anche se il primo ministro, personalmente, non ne era affatto convinto.
Lo costrinsero alla guerra contro la Turchia le pressioni dei nazionalisti, capeggiati da Enrico Corradini, che chiedevano per l’Italia “un posto a sole” (e l’ultimo disponibile era, appunto, la Libia), e poi di quasi tutta l’opinione pubblica, socialisti rivoluzionari esclusi, che vedeva nella conquista del paese nordafricano la panacea per i problemi del Paese.
Di fatto, chi ne trasse beneficio furono soprattutto i grandi industriali, che fabbricavano le armi ed i mezzi che la guerra assorbiva.
La Libia nel 1911 nascondeva ancora nel suo sottosuolo quegli enormi giacimenti di petrolio che ne avrebbero determinato la ricchezza e, in termini coloniali, l’appetibilità: per molti era solo uno “scatolone di sabbia”, reso desiderabile unicamente da considerazioni di politica coloniale in chiave antifrancese, dalle ambizioni imperialistiche di un paese giovane e dalle utopie migratorie di chi vedeva nel paese nordafricano la risposta ai milioni di italiani costretti a migrare verso le Americhe o l’Australia.
D’altra parte, anche quando le truppe dell’Asse arrivarono ad arrestare la propria offensiva ad Alamein, nel 1942, afflitte da una terribile penuria di carburante, una sorte ironica le faceva transitare per la via Balbia sopra alcuni dei depositi petroliferi più cospicui del mondo, senza che nessuno ne sospettasse l’esistenza!
Dei giorni della polemica sull’intervento o meno dell’Italia in Libia, quando il governo non assumeva una posizione chiara a riguardo, è la nascita del mito di un Giolitti espressione vivente dell’Italietta, un paese mediocre, incapace di grandi progetti e grandi imprese, governato da un primo ministro vile e sornione; immagine che avrà grande fortuna nel periodo fascista ed oltre.
Più per conservarsi la poltrona che per un reale convincimento politico, Giolitti ruppe gli indugi e, subissato di contumelie da parte socialista, dichiarò guerra all’Impero Ottomano e fece sbarcare le truppe a Tripoli, il 29 settembre del 1911.
Nel 1912, col trattato di Losanna, la Libia divenne una colonia italiana, con in soprammercato Rodi e le isolette del Dodecanneso.
La guerra era tutt’altro che finita, però: nell’interno del paese continuava una guerriglia che fu contrastata da parte nostra con sistemi, a dir poco, sbrigativi, e che durò fino agli anni Trenta.
Già durante il conflitto, comunque, i nostri soldati si erano mostrati assai diversi da quel popolo di bonaccioni che tanto dovette alla leggenda degli “Italiani brava gente”: il lancio di gas velenosi (da noi stigmatizzato, quando lo applicarono gli austroungarici, sul San Michele, nella Grande Guerra) e le rappresaglie contro obiettivi civili sono un’invenzione tutta italiana, che ebbe nella guerra libica il suo laboratorio ideale.
Al di là di qualche assegnazione di terre, perlopiù di difficile bonifica, tutto ciò che il proletariato italiano ottenne dalla guerra di Libia fu, da una parte, di partecipare alle prove generali di un dramma che l’avrebbe visto, di li a pochi anni, protagonista sull’Isonzo e sul Carso, e dall’altra di ottenere, in nome di un diritto acquisito combattendo, una legge che assegnava il diritto di voto a tutti i maschi maggiorenni; legge, questa, voluta da Giolitti per riconciliarsi con le sinistre, insorte, in nome del pacifismo, contro le “gesta d’oltremare”.
Nonostante questa dimostrazione di accondiscendenza, la stella del politico piemontese si avviava al declino, e le elezioni del 1913 non fecero che confermarlo, portando a Giolitti una maggioranza estremamente eterogenea e divisa, tanto che, nel marzo del 1914, egli dovette lasciare il posto ad un conservatore come Antonio Salandra, espressione del liberalismo di destra.
In realtà, più che la fortuna politica di Giovanni Giolitti, ciò che tramontava era la fiducia in un sistema come quello democratico e liberale, che lui rappresentava: la guerra di Libia aveva messo a nudo i limiti di una politica giocata con reti di alleanze finalizzate alla sola conservazione del potere, portando alla ribalta una politica più legata alla piazza, dominata dai tribuni, più che dai diplomatici, e, soprattutto, in cui il conflitto sociale assumeva toni di aperto scontro, che presero nelle manifestazioni della “settimana rossa”, del giugno 1914, i connotati di una vera e propria insurrezione.
L’attentato di Sarajevo, pochi giorni dopo (28 giugno 1914), avrebbe catalizzato l’attenzione del mondo, spezzando la Belle Epoque e dando il via ad uno dei più spaventosi conflitti della storia: con l’Italietta giolittiana, tramontava tutto un mondo, fatto di eleganza ed ingiustizia, che per secoli aveva caratterizzato l’Europa.
Al loro risveglio, dopo l’immane catastrofe, i cittadini europei avrebbero constatato che nulla era più lo stesso.

Focalizziamo ora, dopo aver narrato il succedersi delle vicende storiche di rilievo dell’epoca, l’attenzione sulla figura di Giovanni Giolitti, elencando tutte le cariche politiche che egli rivestì nell’arco della sua vita.

Presidente del Consiglio
o 15 maggio 1892 / 27 settembre 1892
o 23 novembre 1892 / 15 dicembre 1893
o 3 novembre 1903 / 18 ottobre 1904
o 30 novembre1904 / 12 marzo 1905
o 29 maggio 1906 / 8 febbraio 1909
o 24 marzo 1909 / 11 dicembre 1909
o 30 marzo 1911 / 29 settembre 1913
o 27 novembre 1913 / 21 marzo 1914
o 15 giugno 1920 / 7 aprile 1921
o 11 giugno 1921 / 4 luglio 1921
Ministro degli Affari Interni
o 15 maggio 1892 / 15 dicembre 1893
o 15 febbraio 1901 / 21 giugno 1903
o 3 novembre 1903 / 12 marzo 1905
o 29 maggio 1906 / 11 dicembre 1909
o 30 marzo 1911 / 21 marzo 1914
o 15 giugno 1920 / 4 luglio 1921
Ministro delle Finanze (Tesoro)
o 9 marzo 1889 / 10 dicembre 1890


Il Mezzogiorno di Giolitti (1903 – 1914)

Camere di Lavoro e diritto di sciopero si diffondono anche nel Mezzogiorno, dove va sensibilmente maturando la coscienza politica delle masse rurali : in Sicilia con il riorganizzarsi dei contadini nelle leghe, in Puglia con un movimento particolarmente combattivo. Agli agrari che invocano l'intervento dello Stato a tutela dei loro interessi minacciati, Giolitti risponde che solo con le riforme sarà possibile sanare in parte il malcontento popolare. Privati dell'appoggio governativo nella repressione degli scioperi, i proprietari terrieri sono spesso costretti a concessioni a favore dei braccianti. Ma ci voleva altro per spezzare il sottosviluppo meridionale: anzitutto una politica governativa veramente interessata a risolverne le sorti. Le accurate ricerche condotte da Nitti sui bilanci del governo, in rapporto alle finanze regionali ed alla ripartizione delle spese pubbliche, dimostravano invece che nel processo di sviluppo nazionale il Mezzogiorno era costretto a sopportare i costi maggiori. Il sistema tributario soprattutto determinava gravi sperequazioni a danno del Sud; l'imposta sui terreni, sui fabbricati, sulla ricchezza mobile veniva a colpire con un onere del tutto sproporzionato il contribuente meridionale, il quale d'altra parte non era compensato da un efficace programma di spesa pubblica. Di qui la lunga e sfortunata battaglia dei meridionalisti per una riforma del sistema tributario più rispondente alla diversa configurazione economica delle regioni del paese. E per far sì che canali, strade, lavori di bonifica non si accentrassero esclusivamente nelle regioni settentrionali. «La verità è», sosteneva Nitti, «che l'Italia meridionale ha dato dal 1860 assai più di ogni parte d'Italia in rapporto alla sua ricchezza; che paga quanto non dovrebbe pagare; che lo Stato ha speso per essa, per ogni cosa, assai meno, e che vi sono alcune province in cui è assenteista perlomeno quanto i proprietari di terre». Una politica portata avanti anche negli anni successivi; si calcola che nel 1910 l'Italia del Nord, con il 48% della ricchezza nazionale, pagasse il 40% delle imposte nazionali, contro il 32% del Meridione che di quella medesima ricchezza usufruiva solo per il 23%.
Al ritardo del Mezzogiorno faceva riscontro il decollo industriale delle regioni settentrionali: tra il 1896 ed il 1908 il saggio di incremento annuale della industria italiana è del 6,7%. Si sviluppano l'industria automobilistica e quella elettrica; dai 100 milioni di kilowattore del 1898 si passa ai 950 milioni del 1907 ed ai 2575 milioni del 1914. L'Italia non è più un paese solamente agricolo: se nel 1900 l'agricoltura rappresenta il 51,2% del prodotto lordo privato e l'industria il 20,2%, nel 1908 gli indici del rapporto muteranno rispettivamente nel 43,2 e nel 26,1. Di tanta dovizia al Meridione tocca in sorte solo l'impianto siderurgico dell'Uva a Bagnoli di Napoli, entrato in funzione nel 1905. Dinanzi alla constatazione del perpetuarsi a danno del Mezzogiorno delle sperequazioni del potere centrale, si ravviva la polemica sulle autonomie locali. Già vedemmo come i meridionalisti conservatori alla Turiello fossero contrari alla autonomia amministrativa del Sud, incentivo a loro dire del più diffuso malcostume politico. In disaccordo con questa teoria Napoleone Colajanni vedeva nel federalismo il mezzo per sottrarre il Meridione alla soffocante burocrazia centrale ed alla conseguente soggezione economica settentrionale. Quanto alle autorità politiche non era mancato chi alla concessione della autonomia locale guardava come ad una sorta di valvola di sicurezza per mettere a tacere le rivendicazioni più urgenti del turbolento Sud. «È venuto il tempo di costruire nel regno nuovi organi di governo», aveva affermato De Rudinì. Ma anche i meridionalisti più vigorosi e polemici nella difesa degli interessi del Mezzogiorno ponevano sovente in dubbio l'utilità di un affrettato decentramento. Nell'attuale degenerazione del parlamentarismo, sosteneva Giustino Fortunato, dare l'autonomia amministrativa al Meridione, senza risanare Parlamento e Governo, avrebbe significato favorire il proliferare delle consorterie e del clientelismo politico. Era prima necessario che il proletariato meridionale evolvesse, tramite la concessione del suffragio universale, fino a divenir cosciente degli interessi propri non disgiunti da quelli generali del paese. Opinione condivisa da Gaetano Salvemini, federalista acceso dapprima, più tardi meno sicuro dell'effettiva capacità del Mezzogiorno di porre in atto un suo autonomo sviluppo.
Indipendentemente dall’autonomia amministrativa, utile o meno che fosse, tutta una serie di altre cause congiurano contro il “decollo” delle regioni meridionali. Manca nel Sud una classe media, evoluta al punto da saper impostare e reggere una sana amministrazione; mancano i capitali privati necessari a ristrutturare più economicamente l'arretrata agricoltura locale, perché già da tempo assorbiti nell'acquisto dei beni demaniali quotizzati o investiti in titoli di Stato. I superstiti capitali disponibili, quando non sono oggetto di malversazione, bastano a malapena a riparare parte dei danni causati dai disastri naturali che si susseguono in quegli anni. Le eruzioni del Vesuvio e dell'Etna, nel 1906 e nel 1910, sommergono interi villaggi e distruggono le colture; il terremoto del 1905 in Calabria e quello tremendo del 1908, accompagnato da maremoto, devastano trecento Comuni e le città di Reggio e Messina. Lo Stato interviene in maniera sporadica e inefficiente ed inaugura il sistema delle “leggi speciali”. Nel 1904 e nel 1906 con le leggi dirette a migliorare le condizioni dell'agricoltura in Basilicata e in Calabria, nel 1905 con l'inizio dei lavori per la costruzione dell'acquedotto pugliese portato a termine nel 1927. Ma non era con interventi legislativi straordinari, inefficienti e disorganici, che la questione meridionale poteva essere risolta; occorreva una politica globale di riforma sociale, boicottata però dai grandi proprietari terrieri che attraverso il controllo delle amministrazioni locali e la conseguente influenza sulle elezioni politiche facevano il bello ed il cattivo tempo nel Mezzogiorno, affiancati dalle organizzazioni mafiose giunte ad inquinare tutti i gangli della vita pubblica locale. Corruzione politica e clientelismo erano d'altra parte favoriti dai metodi di Giolitti, da un lato propenso a soddisfare le più urgenti rivendicazioni popolari, dall'altro convinto che fosse possibile realizzare un'autentica libertà di voto solo nelle regioni progredite e capaci di farne un uso maturo. Ecco dunque le manipolazioni della maggioranza parlamentare, l'accaparramento dei voti, le vere e proprie predeterminazioni dei risultati elettorali, che indussero Gaetano Salvemini a ribattezzare Giolitti “ministro della malavita”.
Anche la riforma elettorale del 1912, che introduceva il suffragio universale maschile, pur nel suo innegabile valore di conquista democratica, servì a contrapporre all'opposizione di sinistra i voti governativi delle masse meridionali. I contadini analfabeti del Sud, circuiti o minacciati, andarono il più delle volte ad esercitare il nuovo diritto di voto a tutto vantaggio degli uomini politici graditi al governo. Ma nemmeno questa constatazione sembrò indurre ilPartito Socialista a interessarsi più attivamente al problema meridionale, invece di occuparsi esclusivamente delle categorie operaie del Nord. Critica fattasi più serrata quando si rilevò che, dinanzi all'accentuarsi del protezionismo, il partito preferiva attestarsi su posizioni agnostiche: forse nel timore di contrastare, ostacolando l'ulteriore industrializzazione del Nord, l'incremento di quel proletariato industriale che del partito stesso formava la forza. I socialisti dissidenti aderirono alla Lega antiprotezionista, e Gaetano Salvemini giungerà ad abbandonare il partito per fondare l'Unità, il giornale che per vari anni sosterrà la causa del Mezzogiorno con lucidità e coraggio. Oltre che nel libero scambio Salvemini credeva nelle possibilità connesse alla politicizzazione delle masse meridionali, destinate a divenire protagoniste in prima persona della “questione” del loro paese, solo se avessero acquistato una chiara coscienza di classe.
La corruzione ed il clientelismo politico rappresentano forse l'aspetto più umiliante, ma non il più cospicuo dei mali del Sud durante il primo decennio del secolo; altrettanto grave e doloroso segno di miseria e disperazione fu l'enorme incremento dell'emigrazione, che raggiunse la vetta più alta, proprio negli anni di maggior progresso del Paese.
Tra i più vistosi fenomeni nella storia dell'Italia moderna l'emigrazione in massa della popolazione rurale dalle regioni meridionali ha caratterizzato, negativamente o positivamente, a seconda dei differenti punti di vista, soprattutto gli ultimi decenni del secolo XIX e l'età giolittiana. Ma già nel 1861, secondo l'annuario statistico del periodo, 77.000 italiani risiedevano in Francia, 47.000 negli Stati Uniti, 18.000 in Brasile ed in Argentina. Anche le regioni centro-settentrionali furono interessate al fenomeno (nel 1876 l'85% dell'emigrazione nazionale proveniva dall'Italia del Nord), anzi proprio in quelle province esso aveva preso l'avvio, ma con aspetti e dimensioni assai diverse. Se l'emigrante settentrionale, il più delle volte, se ne va all'estero in cerca di miglior fortuna, con un suo bagaglio di competenze da far fruttare, quella dei contadini del Sud, sprovveduti, impreparati, di solito analfabeti, è una fuga disperata.
Intorno al 1876 oltre centomila italiani lasciano ogni anno la madrepatria; verso la fine del secolo il fenomeno aumenta d’intensità, acquistando i suoi caratteri più specifici: interi nuclei famigliari, provenienti in massima parte dalle regioni meridionali, spinti dall'insostenibile situazione economica locale, danno vita ad un esodo collettivo verso i paesi d'oltreoceano. La crisi agraria, che sul finire degli anni '80 aveva riflesso sull'economia meridionale le sue più disastrose conseguenze, contribuì ad incrementare l'emigrazione dalle regioni del Sud, mentre il primo sviluppo industriale del Nord assorbiva la mano d'opera settentrionale in eccedenza rispetto al fabbisogno dell'agricoltura. Al contadino meridionale, avvezzo a cimentarsi con la natura avversa, la fame, lo sfruttamento e la sopraffazione, l'« America » appare come una sorta di terra promessa. Un miraggio che vince le difficoltà necessarie per raggiungerlo ed il forte attaccamento ai paesi di origine.
L'America del Sud, in un primo tempo, e poi gli Stati Uniti furono la meta principale dell'emigrazione italiana, in costante crescita per decenni: basti pensare che nel 1927 ben nove milioni erano gli italiani residenti all'estero, di cui tre milioni e mezzo negli Stati Uniti ed un milione e mezzo rispettivamente in Brasile e in Argentina. Le agenzie di viaggio e le compagnie di navigazione, da parte loro, contribuirono a propagandare le possibilità di lavoro ben remunerato offerte dai paesi esteri; e realizzarono ingenti guadagni con il trasporto degli emigranti, giungendo ad organizzare, in collegamento con gli appaltatori di braccia umane, un vero e proprio traffico di forza-lavoro.
Tra i benefici della corrente migratoria ci fu anzitutto l'afflusso delle rimesse in denaro degli emigranti alle famiglie (500 milioni di lire annue nel periodo immediatamente precedente il 1914); inoltre, l'alleggerimento della pressione demografica in regioni sovrappopolate col conseguente rialzo dei salari e un generale miglioramento per i contadini dei contratti agrari. A livello di costume, il contatto con diverse e più evolute forme di convivenza associata portò a notevoli trasformazioni di mentalità, all'alfabetizzazione di molti, ad una maggiore intraprendenza e consapevolezza dei propri diritti.
Ma accanto ai vantaggi coesistevano svariati elementi negativi, e non mancarono di denunciarlo le voci di dissenso levatesi nel paese. Non era con l'emigrazione, sostenevano i suoi critici, che si sarebbero risolti i problemi generali del Meridione, né quelli individuali dei lavoratori sempre prigionieri della loro condizione di sfruttati. Il mito dell'emigrazione, sottolineavano soprattutto i socialisti, era solo un sistema per eludere ed accantonare i precisi impegni che il sottosviluppo meridionale poneva alla classe dirigente. La maggior parte dei meridionalisti liberali, al contrario, dal Franchetti a Giustino Fortunato al Nitti, guardarono di buon occhio l'ingrossarsi della corrente migratoria, ricordando ai suoi oppositori che grazie ad essa migliaia di individui avevano almeno compiuto un passo in avanti sulla via della loro emancipazione. L'emigrazione, oltretutto, rappresentava un'apprezzabile valvola di sicurezza per l'ordine sociale nel Mezzogiorno: o emigrante o fuorilegge, aveva affermato senza perifrasi il Nitti, questa l'unica scelta per il meridionale desideroso di uscire dalla sua situazione.
Un discorso che avrebbe avuto ben presto un'interessante connessione con le aspirazioni colonialistiche italiane nell'Africa settentrionale, su cui il capitale finanziario e i principali settori imprenditoriali nazionali, alla ricerca di affari lucrosi e di vantaggiose commesse statali, avevano già posto la loro ipoteca. Alibi alle effettive motivazioni imperialistiche della guerra coloniale, conclusasi con il riconoscimento della sovranità italiana su Tripolitania e Cirenaica, furono le infondate asserzioni sulla ricchezza della nuova “terra promessa”, pronta a offrire asilo e lavoro a centinaia di migliaia di emigranti italiani. E non pochi tra gli esponenti democratici Antonio Labriola ad esempio, subirono il fascino del nuovo mito, che altri, come Salvemini, con profondo rigore ed onestà intellettuale, cercarono vanamente di sfatare. Il fenomeno migratorio, pure con minore ampiezza e caratteristiche diverse si è svolto ininterrotto fino ai giorni nostri. Nemmeno il fascismo, che tentò di dirottare nei territori africani dell'“Impero” la sovrabbondanza di energie umane nazionali, riuscì a sopprimerlo; ma fu l'età giolittiana che vide il massimo espandersi del fenomeno, segno di un profondo e doloroso malessere sociale.


“La grande proletaria si è mossa”

È il discorso che Pascoli tenne al Teatro comunale di Barga il 21 novembre 1911 e nel quale espresse la sua entusiastica adesione all’impresa libica. Questo brano non è solo importante per capire l’ideologia del Pascoli ma anche per comprendere l’ideologia degli intellettuali del tempo. La guerra in Libia e la polemica che avvenne in Italia prima dell’intervento (1910) sono considerate dagli storici come una premessa del coinvolgimento italiano nella prima guerra mondiale. Il Pascoli, che si dichiarò sempre simpatizzante socialista, in questo brano dimostra di non esserlo affatto. La giustificazione dell’intervento militare (“non si può fare altrimenti”) trova fondamento nel fatto che i proletari italiani non dovranno più emigrare in massa in tutto il mondo, in cerca di migliori condizioni di vita, ma andando in Libia, si sentiranno come in Patria a tutti gli effetti (il socialismo in realtà ripudiava le guerre di conquista, accettando solo quelle di difesa). In questo brano Pascoli, riferendosi alla grandezza dell’antico Impero Romano, non tiene conto della giusta autodeterminazione dei popoli libici, e i toni un po’ razzisti di questo brano anticipano quelli più dichiarati e marcati degli interventisti e di D’Annunzio.

La grande Proletaria si è mossa.
Prima ella mandava altrove i suoi lavoratori che in patria erano troppi e dovevano lavorare per troppo poco. Li mandava oltre le Alpi e oltre mare a tagliare istmi, a forare monti, ad alzar terrapieni, a gettar moli, a scavar carbone, a scentar selve, a dissodare campi, a iniziare culture, a erigere edifizi, ad animare officine, a raccoglier sale, a scalpellar pietre; a fare tutto ciò che è più difficile e faticoso, e tutto ciò che è più umile e perciò più difficile ancora; ad aprire vie nell'inaccessibile, a costruire città, dove era la selva vergine, piantar pometi, agrumeti, vigneti, dove era il deserto; e a pulire scarpe al canto della strada...
Ora l'Italia, la grande martire delle nazioni, dopo soli cinquant'anni ch'ella rivive, si è presentata al suo dovere di contribuire per la sua parte all'aumento e incivilimento dei popoli; al suo diritto di non essere soffocata e bloccata nei suoi mari; al suo materno ufficio di provvedere ai suoi figli volonterosi quel che sol vogliono, lavoro; al suo solenne impegno coi secoli augusti delle sue due Istorie, di non esser da meno nella sua terza Era di quel che fosse nelle due prime; si è presentata possente e serena, pronta e rapida, umana e forte, per mare, per terra e per cielo.
Nessun'altra nazione, delle più ricche, delle più grandi, è mai riuscita a compiere un simile sforzo.
Che dico sforzo?
Tutto è sembrato così agevole, senza urto e senza attrito di sorta!
Una lunghissima costa era in pochi giorni, nei suoi punti principali, saldamente occupata. Due eserciti vi campeggiano in armi.
Oh Tripoli, oh Berenike, oh Leptis Magna (non hanno diritto di porre il nome quelli che hanno disertato o distrutta la casa!), voi rivedete, dopo tanti secoli, i coloni dorici e le legioni romane! Guardate in alto: vi sono anche le aquile!
Un altro popolo ai nostri giorni si rivelo a un tratto così.
Dopo non molti anni che si veniva trasformando in silenzio, eccolo mettere per primo in azione tutte le moderne invenzioni e scoperte, le immense navi, i mostruosi cannoni, le mine e i siluri, la breve vanga delle trincee, e il tuo invisibile spirito, o Guglielmo Marconi, che scrive coi guizzi del fulmine; tutti i portati della nuova scienza e tutto il suo antico eroismo; e coi suoi soldatini...
O non son chiamati soldatini anche i classiari e i legionari d'Italia? Non ha l'Italia nuova in questa sua prima grande guerra messo in opera tutti gli ardimenti scientifici e tutta la sua antica storia? Non ha per prima battuto le ali e piovuto la morte sugli accampamenti nemici? Non ha, a non grande distanza dal promontorio Pulcro, rinnovato gli sbarchi di Roma? Non si è già trincerata inespugnabilmente, secondo l'arte militare dei progenitori, con fossa e vallo, per avanzare poi sicura e irresistibile?
Eccoli là, e sono pur sempre quelli e attendono al medesimo lavoro, i lavoratori che il mondo prendeva e prende a opra. Eccoli con la vanga in mano, eccoli a picchiar col piccone e con la scure, i terrazzieri e braccianti, per tutto cercati e per tutto spregiati. Con la vanga scavano fosse e alzano terrapieni, al solito. Coi picconi, al solito, demoliscono vecchie muraglie, e con le scuri abbattono, al solito, grandi selve.
Ma non sono le grandi strade, che fanno altrui: essi aprono la via alla marcia trionfale e redentrice d'Italia.
Fanno una trincea di guerra, sgombrano lo spazio alle artiglierie, Stanno lì sotto i rovesci d'acqua, sotto le piogge di fuoco; e cantano. La gaia canzone d'amore e di ventura è spesso l'inno funebre che cantano a sé stessi gli eroi ventenni.
Che dico eroi?
Proletari, lavoratori, contadini.
Il popolo che l'Italia risorgente non trovò sempre pronto al suo appello, al suo invito, al suo comando, è là.
Oh cinquant'anni del miracolo!
Quale e quanta trasformazione!
Giova ripeterlo: cinquant'anni fa l'Italia non aveva scuole, non aveva vie, non aveva industrie, non aveva commerci, non aveva coscienza di sé, non aveva ricordo del passato, non aveva, non dico speranza, ma desiderio dell'avvenire. In cinquant'anni è parso che altro non si facesse se non errori e anche delitti; non si cominciasse se non a far sempre male e non si finisse se non col non far mai nulla. La critica era feroce e interminabile e insaziabile. Era forse un desiderio impaziente che la animava.
Ebbene, in cinquant'anni l'Italia aveva rifoggiato saldamente, duramente, il suo destino.
Chi vuol conoscere quale ora ella è, guardi la sua armata e il suo esercito. Li guardi ora in azione. Terra, mare, e cielo, api e pianure, penisola e isole, settentrione e mezzogiorno, vi sono perfettamente fusi. Il roseo e grave alpino combatte vicino al bruno e snello siciliano, l'alto granatiere lombardo s'affratella col piccolo e adusto fuciliere sardo; i bersaglieri (chi vorrà assegnare ai bersaglieri, fiore della gioventù panitalica, una particolare origine?), gli artiglieri della nostra madre terra piemontese dividono i rischi e le guardie coi marinai di Genova e di Venezia, di Napoli e di Ancona, di Livorno, di Viareggio, di Bari. Scorrete le liste dei morti gloriosi, dei feriti felici della loro luminosa ferita: voi avrete agio di ricordare e ripassare la geografia di questa che appunto era, tempo fa, una espressione geografica.
E vi sono le classi e le categorie anche là: ma la lotta non v'è, o è lotta a chi giunge prima allo stendardo nemico, a chi prima lo afferra, a chi prima muore. A questo modo il popolo lotta con la nobiltà e con la borghesia. Così là muore, in questa lotta, l'artigiano e il campagnolo vicino al conte, al marchese, al duca.
Non si chiami questa retorica. Invero né là esistono classi né qua. Ciò che perennemente e continuamente si muta, non è. La classe che non è per un minuto solo composta dai medesimi elementi, la classe in cui, con eterna vicenda, si può entrare e se ne può uscire, non è mai sostanzialmente diversa da un'altra classe. Qual lotta dunque può essere che non sia contro sé stessa? [...]
O voi che siete la più grande, la più bella, la più benefica scuola che abbia avuta nel cinquantennio l'Italia, armata ed esercito nostri!
Dicono che in codesta scuola s'insegna a oziare! E no: s'insegna a vigilar sempre. S'insegna a godere! E no: s'insegna a patire. S'insegna a essere crudeli!  A ogni incendio, a ogni inondazione, a ogni terremoto, a ogni peste, accorrono questi crudeli a fare da pompieri, da navicellai, da suore di carità, da governanti, da infermieri, da becchini. S'insegna a uccidere! S'insegna a morire.
Questa è la scuola che oltre aver distribuito tanto alfabeto, ci ammaestra esemplarmente nell'umano esercizio del diritto e nell'eroico adempimento del dovere. Essa risponde ora a quelli che confondono l'aspirazione alla pace con la rassegnazione alla barbarie e alla servitù.
Noi - dicono quei nostri maestri - che siamo l'Italia in armi, l'Italia al rischio, l'Italia in guerra, combattiamo e spargiamo sangue, e in prima il nostro, non per disertare ma per coltivare, non per inselvatichire e corrompere ma per umanare e incivilire, non per asservire ma per liberare. Il fatto nostro non è quello dei Turchi. La nostra è dunque, checché appaiano i nostri atti di strategia e di tattica, guerra non offensiva ma difensiva. Noi difendiamo gli uomini e il loro diritto di alimentarsi e vestirsi coi prodotti della terra da loro lavorata, contro esseri che parte della terra necessaria al genere umano tutto, sequestrano per sé e corrono per loro, senza coltivarla, togliendo pane, cibi, vestiti, case, all'intera collettività che ne abbisogna. A questa terra, così indegnamente sottratta al mondo, noi siamo vicini; ci fummo già; vi lasciammo segni che nemmeno i Berberi, i Beduini e i Turchi riuscirono a cancellare; segni della nostra umanità e civiltà, segni che noi appunto non siamo Berberi, Beduini e Turchi. Ci torniamo. In faccia a noi questo è un nostro diritto, in cospetto a voi era ed è un dovere nostro.
Benedetti, o morti per la Patria!
Voi non sapete che cosa siete per noi e per la Storia!
Non sapete che cosa vi debba l'Italia!
L'Italia, cinquant'anni or sono, era fatta. Nel sacro cinquantenario voi avete provato, ciò che era voto de' nostri grandi che non speravano si avesse da avverare in così breve tempo, voi avete provato che sono fatti anche gli italiani.

Giovanni Pascoli

Vittorini e Calvino. Riassunti dei loro romanzi più importanti. materiale per tesine. A cura di Claudio Di Scalzo



Vittorini e Calvino. Riassunti dei loro romanzi più importanti
a cura di Claudio Di Scalzo


La struttura di Uomini e noè piuttosto complessa: si svolge su due piani resi tipograficamente con la distinzione tra capitoli in tondo e capitoli in corsivo. I primi hanno come protagonista Enne 2, i secondi un fantomatico Io che incarna l'autore, il partigiano Enne 2, l'Uomo e noi pensiamo - scrive Vittorini - a chi cade, a chi è perduto, a chi piange e ha fame, a chi ha freddo, a chi è malato, e a chi è perseguitato, a chi viene ucciso. Pensiamo all'offesa che gli è fatta, e la dignità di lui. Anche a tutto quello che in lui è offeso, e ch'era, in lui, per renderlo felice. Questo è l'uomo. (E. Vittorini, Uomini e no, Milano, Oscar Mondadori, 1996)
I capitoli in tondo portano avanti il racconto mentre i capitoli in corsivo propongono la sua trasposizione lirica. Pochissime sono le descrizioni presenti nel libro, quasi interamente occupato dal dialogo, ripetitivo, monotono, a tratti ossessivo.
La narrazione non riguarda tanto gli episodi di lotta resistenziale per le strade di Milano durante l'inverno del 1944, quanto la storia di un grande amore, come direbbe Giacomo Noventa, quello fra Enne 2 e Berta. È la storia della cosa che c'è da dieci anni tra una donna e lui (Enne 2), e appena sono solo nella mia camera, - spiega Vittorini - steso sul mio letto, il mio pensiero va a lui, e mi tocca alzarmi e correre da lui. (Ivi, p. 26) Ma è necessario procedere per gradi e chiarire, per primo, il problema del protagonista: Falaschi sostiene che il narratore si insinua nel romanzo fino a confondersi con il protagonista (Cfr.La Resistenza armata nella narrativa italiana, cit.), mentre Noventa parla di uomo vecchio e uomo nuovo che Vittorini vuole conciliare affinché non rivelino i loro tratti così discordanti da risultare incompatibili. Perciò Enne 2 e Io scrivono ognuno i loro pensieri nel quaderno dell'altro: li stampano ognuno nel carattere di stampa riservato all'altro: assumono ognuno il nome dell'altro: e - sostiene Noventa - un nuovo personaggio e un nuovo scrittore, si fa strada nel libro, che è poi quello che scriverà la nota finale del libro, che noi credevamo l'autore, e che sotto il nome di E. V. non parteggerà per Enne 2 né per Io. (Cfr. G. Noventa,Il grande amore in Uomini e no" di Elio Vittorini e in altri uomini e libri, Milano, All'insegna del Pesce d'Oro, 1969, p. 25. La Nota dell'Autore cui si riferisce Noventa compariva nella prima e nella seconda edizione del romanzo, ma con la terza edizione è stata definitivamente soppressa.)
Entrambe le analisi sono piuttosto interessanti: quella di Falaschi è più facilmente condivisibile, quella di Noventa più fantasiosa e in qualche modo forzata. Servono comunque a chiarire i diversi livelli sui quali la narrazione si sviluppa. Da una parte c'è il tempo normale degli eventi di guerra che si consumano lungo le vie di Milano, i cui nomi tornano in modo ricorrente e quasi ossessivo: corso Sempione, piazza delle Cinque Giornate, Largo Augusto. Dall'altra parte ci sono il tempo interiorizzato e i luoghi irreali dove si sviluppa il rapporto fra Enne 2 e Berta: non è importante che Berta sia appena scesa dal tram e salga sulla canna della bicicletta di Enne 2, che corrano per le vie di Milano o siano nella stanza di lui, insieme devono combattere una guerra interiore contro le loro volontà, i loro desideri. Cercano di rifugiarsi in un tempo immaginario che superi la loro differenza d'età, e la loro diversa condizione: Enne 2 è libero, mentre Berta ha un marito. Non posso stare con te - dice Berta - e poi essere anche di quell'uomo (Uomini e no, cit. p. 17), in questa semplice frase si consuma il loro dramma, nell'onestà di lei che vorrebbe parlare al marito, ma non riesce a farlo e per questo non può stare con Enne 2, di cui si è innamorata dopo il matrimonio. Questa serietà della vita ( F. Fortini, Rileggendo Uomini e no", Berta, Enne due e Giacomo Noventa in Il Ponte", 31 luglio - 31 agosto 1973, p. 984) di Berta impedisce ai due di essere felici e in qualche modo vanifica gli sforzi compiuti durante la lotta: Presuntuosi siete voi. - sostiene la vecchia Selva - Volete lavorare per la felicità della gente, e non sapete che cosa occorre alla gente per essere felici. Potete lavorare senza essere felici? (Cfr. Uomini e no, cit. p. 15)
L'attentato al tribunale, l'uccisione di un ufficiale tedesco, i morti nel Parco, il giovane fatto sbranare dai cani, ogni azione acquista e insieme perde senso, per Enne 2 che, non potendo vivere l'amore con Berta, si lascia uccidere. Berta non è l'unica donna del romanzo, a lei si contrappone Lorena, che appaga fuggevolmente il desiderio di Enne 2, ma non rappresenta che uno sfogo, mentre la vecchia Selva che accudisce la casa sembra essere la voce della saggezza. Allo stesso modo, accanto al Grande Amore fra Enne 2 e Berta, Vittorini accenna ad altri amori, come quello di Coriolano, o quello di Orazio che ha una ragazza e la vorrebbe sposare. È così ancora più evidente la potenza dell'amore come ricerca di una sfera privata, intima nella quale trovare la forza per affrontare la dura realtà degli eventi.
In questo complesso romanzo la realtà è affiancata, secondo Falaschi, a momenti di non-realtà, che si identificano nel mancato possesso dei fenomeni (fatto simbolizzato dal vestito di Berta lasciato appeso nella stanza di Enne 2) o che si personificano nei fascisti, simbolo di non-realtà ideologica, mentre i gappisti incarnano la verità ideologica. Fascisti e gappisti si confrontano per le vie di Milano dando vita a uno spazio che - secondo Falaschi - consiste in relazioni tra corpi. I fascisti sono legati alle immagini della città distrutta, deserta, dove si muovono senza meta, mentre i partigiani, capaci di sfidare il coprifuoco per ricostruire la società divisa, rappresentano l'immagine positiva della città che cerca di rinascere. Vittorini non analizza l'organizzazione dei gappisti fra loro, ma lascia intendere che esiste una legge, un qualche principio astratto al quale fanno riferimento e questo giustifica la promessa: Imparerò meglio (Ivi, p. 219) fatta da un giovane operaio che non riesce ad uccidere un nemico. Il romanzo termina con queste parole, che rappresentano l'iniziazione di un giovane antifascista alla lotta, e non con la morte di Enne 2. Il finale è in linea con le idee maturate dagli intellettuali durante la Resistenza e cioè la convinzione della necessaria fine dell'intellettuale separato e quella- scrive Falaschi - di un corso precipitoso e inarrestabile degli eventi sul binario giusto (Cfr. La Resistenza armata nella narrativa italiana).
L'accoglienza riservata a Uomini e no è densa di critiche a cominciare da quelle di Calvino, che rimprovera a Vittorini il non aver fatto d'Enne 2 autobiografia sincera, ossia distaccata e partecipe insieme, ma esaltazione romantica, con tutta la sua disperata (e libresca e decadente) corsa alla morte. (Cfr. I. Calvino, La letteratura italiana sulla Resistenza) Paoluzi ritiene il romanzo sbagliato per due ragioni: per risentire ancora, prima di tutto, l'urto della polemica immediata, poiché la Resistenza era finita pochi mesi prima, e per riecheggiare, in secondo luogo, modi stilistici propri di un Dos Passos o del primo Faulkner. Ma - aggiunge -la sua validità è tutta nel fervore umano che lo anima, nella sostanza della narrazione densa di pathos e di accorata partecipazione. (Cfr. A. Paoluzi, La letteratura della Resistenza, Firenze, Edizioni 5 Lune,1956)
Concludo con Asor Rosa che scrive: La Resistenza si presenta come la sempliceoccasione di un discorso, che ancora una volta trova le sue motivazioni al livello della cultura e della ricerca intellettuale. I motivi storici, politici e sociali del fenomeno restano in seconda linea. [...] Il fastidio nasce dalla constatazione che l'opera non è che un ibrido, approssimativo connubio di progressismo e di avanguardismo, di esclusivo, chiuso spirito borghese e di moralistiche aperture verso il popolo. [...] Di fronte a Uomini e no vien perfino voglia di difendere la Resistenza, nella sua matrice, qui tradita, genuinamente popolare.(Cfr. A. Asor Rosa, Scrittori e popolo, Torino, Einaudi)


ITALO CALVINO. Il SENTIERO DEI NIDI DI RAGNO

Il sentiero dei nidi di ragno di Calvino ribalta completamente l'impostazione del romanzo vittoriniano sviluppandosi sul piano dell'oggettività. Nell'urgenza di raccontare l'esperienza partigiana, Calvino si rende conto che il punto di vista soggettivo non funziona, quindi decide di cambiare prospettiva, di affrontare il tema di scorcio e scopre il dono di scrivere oggettivo.
All'inizio non crede che il personaggio scelto, un ragazzetto partigiano conosciuto nelle bande, possa diventare il protagonista di un romanzo, ma presto si rende conto che Pin lo rappresenta quasi specularmente tanto che - spiega - il rapporto tra il personaggio del bambino Pin e la guerra partigiana corrispondeva simbolicamente al rapporto che con la guerra partigiana m'ero trovato ad avere io. (Cfr. Prefazione) Calvino, quando entra a far parte delle Brigate Garibaldi e si trasferisce sulle Alpi Marittime, è giovanissimo. Il suo antifascismo è legato piuttosto all'educazione ricevuta in famiglia che a una convinzione politica maturata personalmente e, anche se scrive Il sentiero dei nidi di ragno dopo aver militato nel partito comunista e collaborato a diverse testate giornalistiche, fra le quali &quotL'Unità", non può avere la stessa sofferta coscienza intellettuale di Vittorini o di Pavese, più maturi e, direi, più vissuti di lui. Questa è la tesi di Cristina Benussi nella suaIntroduzione a Calvino (Roma-Bari, Laterza, 1989), mentre Falaschi, in quel saggio fondamentale più volte citato, si dice convinto che la distanza creata dall'autore fra la propria coscienza e la storia derivi non tanto dal suo esser stato comunque un borghese fattosi partigiano, ma dall'aver vissuto soltanto un aspetto della Resistenza che nel romanzo si propone di rappresentare nella sua interezza. È il problema del rapporto tra scrittore e popolo che Calvino riesce a superare perché, anche se borghese, ha fatto la Resistenza in mezzo a proletari, sottoproletari e studenti, esperienza della quale deve piuttosto spiegare le motivazioni.
Lasciandosi guidare da maestri quali Vittorini, Pavese, al quale fa leggere sempre ciò che scrive, e dagli autori stranieri sopra ricordati, Calvino racconta la storia di Pin. Si tratta di un bambino che vive il periodo della Resistenza, ma che deve confrontarsi prima con la Storia, con il mondo degli adulti: È triste essere come lui, un bambino nel mondo dei grandi, sempre un bambino - spiega Calvino nell'ultimo capitolo - trattato dai grandi come qualcosa di divertente e di noioso; e non poter usare quelle loro cose misteriose ed eccitanti, armi e donne, non potere mai far parte dei loro giochi. (Cfr. Sentiero, in I. Calvino, Romanzi e racconti, cit. p. 139) In queste parole sono sintetizzati tutti i temi affrontati nel romanzo: Pin spaesato dentro una realtà che non riesce a comprendere fino in fondo, ma che tente di avvicinare in modo spavaldo, cercando amici e compiendo azioni rischiose. Il furto della pistola P. 38 al tedesco che si intrattiene con la sorella, la Nera di Carrugio Lungo, è una sfida incosciente, compiuta per farsi accettare fra i grandi che lo deludono, costringendolo a rifugiarsi fra i suoi nidi di ragno. La pistola sarà, in qualche modo il filo conduttore della narrazione, come le donne, l'altra faccia del mondo dei grandi. Pin conosce fin troppo bene le donne (anche se non riesce a comprenderle) tanto che le utilizza come griglia per giudicare gli amici.
Emblematico è il finale del romanzo che riporta un dialogo fra Pin e Cugino, un partigiano che si rivela essere il Grande Amico. Chieste a Pin notizie della Nera di Carrugio Lungo, Cugino si dirige dalla donna, ma non si ferma con lei, anzi schifato ritorna dal bambino. Pin si fida ormai completamente e tiene la sua mano in quella soffice e calma del Cugino, in quella gran mano di pane (Ivi, p. 147) e insieme parlano della sola donna che è stata capace di infondere loro amore, la madre per Cugino, la mamma per Pin. Falaschi nota in questo la necessityà per Pin di vincere la sofferenza che la vita gli riserva proiettando le cose a distanza nel ricordo del passato e nella speranza per il futuro.
Calvino sviluppa la storia di Pin in tre momenti fondamentali: il furto della pistola, la breve permanenza in carcere, l'esperienza di vita non da partigiano, ma fra i partigiani. Pin effettivamente non capisce appieno quanto sta accadendo intorno a lui tanto che, parlando in carcere con Lupo Rosso, pensa: Un'altra parola misteriosa: sim! gap! Chissà quante parole così ci saranno: a Pin - spiega Calvino - piacerebbe saperle tutte. La Resistenza, qualcosa di misterioso che, per Pin si identifica con persone dai nomi strani: Lupo Rosso, Cugino, Dritto, Mancino, Giglia, Pelle. Questi personaggi, dei quali non viene scandagliata la psicolagia, ma vengono descritti rapidamente sfruttando qualche particolare caratterizzante, tratto comune a tutta la letteratura sulla Resistenza, non sono nuovi per Calvino, che li ha già utilizzati per tre racconti, scritti nel 1945, a caldo, ma che saranno pubblicati soltanto nel 1949, nella raccolta dal titolo Ultimo viene il corvo: La stessa cosa del sangue, Attesa della morte in albergo, Angoscia in caserma.
Alcuni personaggi vengono semplicemente riproposti, come il traditore Pelle che si chiamava Pelle di biscia, altri vengono rimaneggiati come il Dritto che, sempre capobanda, aveva un nome diverso, Giglio e - spiega Benussi - durante il bombardamento sulla città, sperava di veder uccisi soltanto i fascisti, mentre nel Sentiero il desiderio di morte è esteso a tutti.
La narrazione viene portata avanti attraverso racconti brevi, che rappresentano le tappe della Storia che Calvino vuole illustrare. È il lavoro di uno scrittore artigiano che cerca di saldare insieme epica e poema nazionale per proporre un'epica nuova che nasca dall'esperienza popolare, come spiega molto chiaramente Falaschi, dopo aver riletto i due articoli di Calvino, Anderson scrittore artigiano e Omero antimilitarista, apparsi su &quotL'Unità" rispettivamente il 30 novembre 1947 e il 15 novembre 1946.
Un'altra notazione interessante è che il Sentiero, propone continuamente l'azione che - sostiene Benussi - viene piuttosto raccontata che vissuta, ad esempio nel momento in cui Pin si dirige all'osteria, subito dopo aver rubato la pistola, e pensa al modo più efficace e sorprendente per dare la notizia. Tante azioni che si susseguono, legate insieme dalla figura di Pin che si muove sullo sfondo di un paesaggio che deve diventare secondario rispetto a qualcos'altro: a delle persone a delle storie. La Resistenza - scrive Calvino - rappresentò la fusione tra paesaggio e cose. (Prefazione) C'è, nel Sentiero, il paesaggio della Riviera di Ponente, quello dei vicoli della Città vecchia, quello dei vigneti e degli oliveti sulle terrazze coi muri a secco, quello delle mulattiere che portano ai boschi, quello che va dal mare alle valli tortuose delle Prealpi liguri, non descritto in sé ma con e attraverso gli uomini che vi sono immersi: è - come dice Falaschi - un paesaggio antropizzato. Basti, come esempio, l'incipit del capitolo VI: Per terra, sotto gli alberi del bosco, ci sono prati ispidi di ricci e stagni secchi pieni di foglie dure. A sera lame di nebbia si infiltrano tra i tronchi dei castagni e ne ammuffiscono i dorsi con le barbe rossicce dei muschi e i disegni celesti dei licheni. L'accampamento s'indovina prima d'arrivare, per il fumo che si leva sulle cime dei rami e il cantare d'un coro basso che cresce approfondendosi nel bosco. (Sentiero, cit)
La lingua utilizzata da Calvino è una lingua - dialetto [...] scrittura ineguale che ora quasi s'impreziosisce ora corre giù come vien viene badando solo alla resa immediata; un repertorio documentaristico (modi di dire popolari, canzoni) che arriva quasi al folklore...(Cfr. Prefazione, cit.) Simili esempi di commistione fra italiano e dialetto sono presenti anche negli altri autori presi in considerazione, tutti preoccupati dell'immediatezza e della verosimiglianza della narrazione.
In mezzo alle numerose azioni che racconta, Calvino propone anche un momento di riflessione, il capitolo IX, dove si svolge - secondo Guagnini - un dibattito ideologico. Le due posizioni messe a confronto sono quelle del comandante Ferriera, un operaio nato in montagna, sempre freddo e limpido (Ivi, p.98) e del commissario Kim, uno studente che ha un desiderio enorme di logica, di sicurezza sulle cause e gli effetti, eppure la sua mente s'affolla a ogni istante d'interrogativi irrisolti. (Ibidem) Le due figure incarnano l'unol'immagine dell'operaio concreto, del rivoluzionario motivato da ragioni di classe e tutto d'un pezzo l'altro - spiega Guagnini - la lucidità intellettuale, l'esigenza di chiarezza, la necessità di una spiegazione della realtà in cui tout se tien anche se nella realtà restano poi degli spazi, delle zone, che richiedono una spiegazione più complessa. (Cfr. E.Guagnini,Letteratura, memorie e rappresentazione della Resistenza italiana nella letteratura, in Tra totalitarismo e democrazia Italia e Ungheria 1943-1995 Storia e letteratura, Budapest, 1995) Quindi, attraverso Ferriera e Kim, Calvino cerca di spiegare la frattura tra la chiarezza con cui si presentato gli obiettivi di lotta agli operai e ai contadini e la necessità, invece, per gli intellettuali - scrive ancora Guagnini - di educarsi alla realtà, di dare un senso e un significato preciso alle loro idee.l'anello debole della catena, cioè il sottoproletariato animato da un furore di riscatto che, se esasperato, potrebbe far perdere l'obiettivo principe della lotta. (Ibidem) Guagnini vede ancora, in questo capitolo nodale, la sottolineatura di quello che è
Questa l'opera compiuta da Calvino che era partito dall'idea di combattere contemporaneamente su due fronti, lanciare una sfida ai detrattori della Resistenza e nello stesso tempo ai sacerdoti d'una Resistenza agiografica ed edulcorata. (Prefazione)

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sabato 11 aprile 2015

Dai realisti degli anni Trenta al Neorealismo (anche cinematografico) degli anni quaranta (Alvaro, Jovine, Bernari, Vittorini, Pavese)



Corrado Alvaro



Dai realisti degli anni Trenta
al Neorealismo (anche cinematografico) degli anni Quaranta
(Alvaro, Jovine, Silone, Bernari, a Vittorini e Pavese)


Il percorso del realismo post verghiano nella letteratura italiana ha avuto uno sviluppo curiosamente atipico. E ad esclusione di Alberto Moravia con Gli Indifferenti, da subito romanzo e autore in odore di antifascismo, gli altri scrittori crebbero nell’alveo di riviste legate al regime e dal regime consentite. Nel 1933 la rivista "L'universale" (1931-1936) pubblicò il Manifesto realista, che chiamava la cultura italiana a offrire il proprio contributo alla 'rivoluzione fascista', un contributo critico, cioè fatto anche di dissenso antiborghese, anticapitalistico, anti-idealistico e dunque realistico. Anche gli intellettuali che lavorano alla terza pagina de "Il Bargello", settimanale della federazione fascista di Firenze, vogliono spazi di autonomia all'interno del fascismo, in nome della cultura popolare e del rilancio degli aspetti sociali del 'primo' fascismo.

Gli intellettuali che si raccolgono intorno a "L'universale" e a "Il Bargello" sono dunque fascisti, ma criticano - confusamente - la fisionomia che va assumendo il regime; essi sono contrari alla filosofia di Giovanni Gentile, che appare loro legata alla visione del mondo liberale, sono contro l'imborghesimento del movimento fascista, esprimono idee vagamente anticapitaliste, si richiamano alle origini 'rivoluzionarie' del fascismo che teorizzava, nel pasticcio ideologico mussoliniano del 1919, il superamento del capitalismo e del comunismo. Non si dimentichi che Mussolini, prima di diventare il fondatore del fascismo, era stato direttore dell’Avanti e che poi socialista rivoluzionario, come Arturo Labriola, nell’interventismo italiano propugnava una lotta dei paesi poveri contro quelli ricchi; inoltre il Duce era stato suggestionato dal futurista Marinetti cantore di programmi per andare oltre le leggi di Adam Smith e Lenin;  tale retorica strumentale socialisteggiante, molto strumentale, e distorta, tornerà anche nel fascismo “repubblicano” della Repubblica Sociale di Salò.
La base sociale di tali atteggiamenti anticapitalistici, ma anche i più violentemente antosocialisti, era costituita dai reduci, da quelli che avevano duramente combattuto nella prima guerra mondiale e, al ritorno in patria, si trovavano a fare i conti con la miseria, con la disoccupazione, e a prendere atto del fatto che una ristretta classe di capitalisti si era invece arricchita grazie alla guerra.
Insomma, intorno a "L'universale" e a "Il Bargello" si raccolgono i cosìddettifascisti di sinistra, che riprendendo la polemica anticapitalista-anticittadina e strapaesana de "Il Selvaggio", intendono mantenere viva la dialettica all'interno del fascismo e l'autonomia della base nei confronti dei quadri dirigenti. (Serve ricordare che durante la Resistenza e nel dopoguerra, ifascisti di sinistra diventeranno comunisti e socialisti).
E infatti Elio Vittorini (1908-1966), che collaborava a "Il Bargello", pubblicò a puntate fra il 1933 e il 1934 su "Solaria" il suo primo romanzo, Il garofano rosso (che fu in seguito vietato dalla censura), storia di uno studente borghese che disprezza la sua classe, è attirato dagli operai, viene da essi respinto, proprio in quanto borghese.       
La censura, come accennato, vietò il romanzo, giacché questo studente vive il crollo dello stato liberale non certo in maniera 'eroica', adatta alla'Italia luminosa' fascista, ma in maniera critica e antiborghese.
Quando l'Italia mussoliniana appoggiò il moto reazionario e fascista di Franco, (1936-1939) Vittorini si allontanò dal 'fascismo di sinistra' e scrisse di getto Conversazione in Sicilia (pubblicato a puntate nel 1938, e poi in volume nel 1942), in cui il protagonista torna in Sicilia, suo luogo natale, e attraverso una continua 'conversazione' con la madre, con la gente del popolo, attraverso una rivisitazione del paesaggio siciliano, popolato da uomini che soffrono rassegnati, egli riscopre il valore dell'essere umano e prende atto dell'offesa che all'uomo arrecano la discriminazione sociale, la miseria, l'oppressione del potere. Il romanzo vittoriniano diventa così anche il primo romanzo antifascista.
Chiaro punto di riferimento di Vittorini è il romanzo Gente in Aspromonte (1930) di Corrado Alvaro (1895-1956), che racconta la lotta di un ragazzo calabrese, figlio di poveri pastori, contro i ricchi possidenti.        
Gente in Aspromonte e Conversazione in Sicilia hanno come scenario la Calabria e la Sicilia, cioè il Meridione d'Italia. E infatti i due romanzi occupano un posto di grande rilievo nella narrativa meridionalistica, la quale a sua volta ha notevole rilievo nel realismo degli anni Trenta.

A tale narrativa meridionalistica appartiene anche Don Giovanni in Sicilia, del 1941, di Vitaliano Brancati (1907-1954). Brancati era stato dannunziano, fascista, e poi, anche grazie all'amicizia con Alvaro e Moravia, si avvicinò all'antifascismo.              
Il registro stilistico di Don Giovanni in Sicilia non è lirico, come in Gente in Aspromonte e in Conversazione in Sicilia, ma fortemente ironico. Si tratta della ironica descrizione della vita in una città siciliana, delle abitudini e dei miti dei suoi abitanti piccolo-borghesi, soprattutto dei giovani, fieri della loro 'mascolinità', che sognano l'avventura o il matrimonio con la donna nordica, ma con risultati deludenti.

Più “impegnata” è l'opera di Ignazio Silone (1900-1979), soprattutto il suo romanzo Fontamara, definito da Luigi Russo ("Italia Socialista", 10 giugno 1948) come "il poema epico-drammatico della plebe meridionale, in cui per la prima volta questa assurge a protagonista di una 'storia', acquista un volto." 
In un paese dell'Abruzzo i contadini, i 'cafoni', prendono progressivamente coscienza di quanto essi vengano sfruttati ed offesi dai ricchi proprietari, sostenuti dai fascisti.
Il romanzo è importante per diverse ragioni. In primo luogo fu scritto nel 1930 in esilio (a Davos), al fine di testimoniare al mondo la reale condizione del popolo italiano dietro la cortina che il fascismo gli aveva calato davanti.
Il manoscritto fu letto e apprezzato da Jakob Wassermann, fu tradotto in tedesco, non poté essere pubblicato dalla casa editrice Fischer a causa della presa del potere da parte nazista, fu allora stampato, nel 1933, a Zurigo, fu quindi tradotto in diverse lingue, fu pubblicato in italiano nel 1934, a spese dell'autore e presso una piccola tipografia di emigrati italiani a Parigi. Circolò clandestinamente in Italia, ed infine fu pubblicato da Mondadori nel 1949 e, in edizione definitiva, nel 1958.


Vitaliano Brancati


Dunque, se Vittorini, Alvaro, Brancati, Moravia, Pavese furono osteggiati ma in qualche modo tollerati dal regime, Silone, per la sua dichiarata fede comunista (Fu tra i fondatori del partito e poi, in chiara polemica e rifiuto dello stalinismo scrisse Uscita di Sicurezza, prima testimonianza, dall’interno, del totalitarismo staliniano), fu costretto all'esilio. 
          
La lezione de I Malavoglia di Verga è evidente nel romanzo di Silone.
In Fontamara l' 'eroe positivo' (che pure può essere individuato in Berardo Viola, uno dei cafoni), discende soprattutto dalla coralità del racconto, dalla diegesi stessa, e trova la sua massima concretizzazione nella declinazione finale del "che fare?" ("Hanno ammazzato Berardo Viola, che fare?", "Ci han tolta l'acqua, che fare?", "In nome della legge violano le nostre donne, che fare?"). Così la lezione di Verga si salda con il bisogno di ribellione, di denuncia, di impegno.

Originale nel realismo degli anni Trenta è il romanzo Tre operai, che Carlo Bernari (nato a Napoli nel 1909) riesce, tra varie difficoltà, a pubblicare nel 1934. Le difficoltà sono dovute al fatto che il romanzo viene guardato con sospetto dai censori del regime, e infatti il "Corriere della Sera" rifiuta una recensione favorevole per paura che l'opera sia pericolosa. Evidentemente già il titolo, che pone al centro il proletariato, desta il sospetto che nel libro compaia un impegno sociale troppo spinto, poco rispettoso dell'ortodossia fascista. In effetti Tre operai è l'unica opera del periodo che punti l'attenzione sul mondo operaio meridionale, sulle città di Napoli e di Taranto, nelle quali si stava sviluppando l'industrializzazione, anche se non con l'ampiezza con cui si era sviluppata nelle città del Nord.

La storia di Tre operai, Teodoro, Marco, Anna, nel periodo del 'biennio rosso' (1919-1920), delle loro esperienze d'amore e di lavoro, dei loro problemi esistenziali, della loro maturazione ideologica, in una Italia meridionale (soprattutto Napoli) lontanissima dalla tradizione 'turistica', ma analizzata storicamente con particolare attenzione alle differenze nei confronti del Nord, alle difficoltà dovute alla arretratezza, alle lotte operaie (spicca il capitolo XVII, intitolato "Agosto-settembre 1921: occupazione delle fabbriche"): tutto ciò costituisce il primo motivo di originalità del romanzo.

E vi è un secondo motivo. Bernari si considerava "crociano-socialista": da questa scelta ideologica derivavano l'interesse per la prospettiva storica e per il mondo operaio. Al tempo stesso egli aveva viaggiato, era stato a Parigi, era stato influenzato dal surrealismo, aveva cercato di fondare a Napoli un circolo letterario d'avanguardia. Questo secondo punto si nota nello stile dell'opera, si legga ad esempio l'inizio del capitolo XVII:
“I nostri due bravi operai arrivano intanto in città, e si recano ai Sindacati; Marco vuol presentare Teodoro come "uno che ci sa fare". In questo momento occorrono elementi capaci, dirà; ma egli pensa egoisticamente che Teodoro può essergli di grande aiuto nella Ferriera. I due debbono aspettare parecchio, prima di essere ricevuti dal vice segretario, che in questi giorni ha molto da fare. È appena finito uno sciopero, e già se ne profila un altro! Vi sono stati disordini in periferia e nel nord sono accaduti fatti piuttosto gravi da mobilitare polizia ed esercito”.
L'uso del verbo al presente, contro la classica narrazione al passato remoto, le rapide intrusioni del narratore 'nascosto', l'improvviso emergere dell'indiretto libero ("È appena finito uno sciopero, e già se ne profila un altro!": qui risuona, in forma di discorso indiretto libero, la voce dei personaggi, il punto esclamativo ne è un chiaro segno) testimoniano di una precisa volontà di sperimentazione.
Anche la struttura narrativa è originale: si tratta, è vero, di un romanzo neoverista, ma in realtà la scrittura è di tipo sperimentale: la terza persona molto spesso si soggettivizza, e la narrazione oggettiva lascia il posto al monologo interiore (d'altronde Bernari è molto attento alla lezione di Döblin, Dos Passos, Kafka). Ciò può spiegare la sorpresa che suscitò questo libro al suo apparire (nel 1934), l'opposizione del regime, l'isolamento successivo dello scrittore.


Cesare Pavese


Come si vede, il realismo degli anni Trenta è molto vario, c’è la reazione al frammentismo vociano, espresso dalla rivista La Voce, ma non il passivo ritorno al Verismo, è cioè compare anche la novità di nuovi contenuti: non è esclusa la poetica della memoria, il lirismo del ricordo (soprattutto evidente in Conversazione in Sicilia).

Ancora a proposito degli elementi compositi, eterogenei, che caratterizzano il Realismo negli anni trenta, e dei suoi rapporti con la grande letteratura europea, ricordiamo che Vittorini stesso nel 1929 scriveva che i romanzieri scoprivano una stretta parentela con Proust e Joyce, che Proust era il maestro più genuino, che Svevo, venuto all'ultimo momento, cioè scoperto e rivalutato,  aveva giovato più che vent'anni di pessima letteratura .

E ancora una questione dobbiamo trattare, per completare questo nostro quadro sommario. Vittorini fa pensare subito ad un altro scrittore, Cesare Pavese (1908-1950): essi hanno in comune la scoperta della cultura americana. Vittorini pubblica nel 1941 l'antologia Americana, immediatamente sequestrata dalla censura; per Pavese l'interesse affonda le radici nella formazione stessa.
Pavese si laurea nel 1930 con una tesi su Walt Whitman. Nello stesso 1930 egli pubblica il saggio Un romanziere americano, Sinclair Lewis, nel 1931 un saggio su Sherwood Anderson e uno su L'Antologia di Spoon River, nel 1932 un saggio su Herman Melville e pubblica anche la traduzione di Moby Dick, nel 1933 il saggio John Dos Passos e il romanzo americano.

Nessuno ha saputo meglio di Pavese stesso mettere a fuoco il ruolo culturale e di opposizione antifascista della 'scoperta dell'America'. Lo ha fatto in articoli e saggi che possono essere recuperati in attente bibliografie.
Pavese sottolinea bene l'impatto 'di massa' che ebbero le traduzioni di autori americani (e non solo: nel 1934 Pavese pubblica la traduzione di Dedalus di Joyce), la funzione di contrasto nei confronti della cultura ufficiale.
Ma non fu solamente questo: soprattutto per lui, per Pavese, la narrativa americana comportò una ricerca di lingua, di stile e di contenuti, attraverso il Middle West egli scoprì il Piemonte, la provincia contadina, e recuperò la lezione naturalistica di Verga, che egli combinava con la cultura decadente.
Esempio di ciò sono non solo le poesie di Lavorare stanca (1936), tentativo di impostazione di quella che l'autore chiamava 'poesia-racconto', cioè una poesia che anticipa il romanzo breve Paesi tuoi, che esce nel 1941, chiaramente influenzato da Faulkner e Cain.

In breve la trama. Berto, meccanico di Torino, e Talino, un campagnolo, escono dal carcere torinese e, dopo aver vagabondato in città, raggiungono la campagna da dove proviene Talino, la cui famiglia possiede una proprietà, e dove Berto pensa di trovare lavoro. Berto è attratto da Gisella, sorella di Talino, la quale è legata al fratello da un incesto che egli consuma con violenza. Durante la trebbiatura, a causa di un futile motivo (Gisella ha rifiutato di dargli dell'acqua), Talino colpisce la sorella con un tridente. La trebbiatura continua, mentre Gisella muore lentamente dissanguata.
Colpì in questo romanzo lo sperimentalismo stilistico e la crudezza del contenuto. Paesi tuoi fu attaccato dalla critica ufficiale fascista, ed è chiaro perché. Si ricordi la battaglia del grano mussoliniana che doveva apparire mitica e perfetto esempio di lavoro che realizza l’ideale nazionale e contadino di vita felice. Inoltre, per impedire che "la popolazione agricola eccedente continuasse a riversarsi in città, si dovette ricorrere a provvedimenti intesi a limitare il fenomeno dell'urbanesimo e la propaganda fascista si diede a esaltare la bellezza della vita rurale: la canzonetta Campagnola bella diventò in questo periodo uno dei motivi più in voga."

La realtà della campagna in Paesi tuoi non era affatto idillica, come in Campagnola bella, e faceva intravedere un contrasto con l’oleografia della campagna diffusa dalla dittatura.
Vittorini e altri critici elogiarono Paesi tuoi, ma rilevarono solo l'aspetto naturalistico, o neo-realistico, non quello mitico-simbolico: l'immagine della collina come mammella femminile, la terra sessuata, dotata di grembo e vagina, la morte stessa di Gisella "che ha il valore mitico di un rito iniziatico (il sacrificio per la messe) e non certo quello realistico di documento sociale".
L'opera successiva di Pavese si incaricherà di chiarire questi equivoci. Ciò che interessa qui notare è che il complesso panorama del realismo degli anni Trenta comprende anche questo: l'influenza della narrativa americana, in Pavese combinata con esperienze mitico-simboliche di derivazione decadente.       
Intanto si diffonde il vocabolo "neorealismo" (o "neo-realismo"), appare verso la fine degli anni venti quale calco del tedesco Neue Sachlichkeit e viene usato negli anni Trenta e poi nel secondo dopoguerra.

Ancora un esempio: il 23 settembre del 1934 Francesco Jovine scrive che ad una letteratura vuota di contenuto e ridotta a vana esercitazione retorica si oppone una letteratura che trae dalla realtà presente le proprie ragioni di vita. E tuttavia, secondo Jovine, "Per sfuggire alla retorica della pura forma i neo-realisti minacciano di crearne un'altra: quella del puro contenuto."

Ora, succede un fenomeno veramente singolare, che mostra del resto un dato di fatto: quanto sia dinamica e talvolta contraddittoria la vita culturale. Nel 1942 il regista Luchino Visconti lavora al film Ossessione, tratto dal romanzo The Postman always Rings Twice di James Cain: fu questo il primo film di quella straordinaria stagione cinematografica che vanta opere come Roma città aperta (1945), Sciuscià (1946), Paisà (1947), Ladri di biciclette (1948), e che fu chiamata appunto stagione del Neorealismo. 



    
Il 24 aprile 1965, nel fascicolo n. 17 di "Rinascita" (la rivista del Partito comunista italiano), Visconti raccontava: "Il termine 'neorealismo' nacque con Ossessione. Fu quando da Ferrara mandai a Roma i primi pezzi del film al mio montatore, che è Mario Serandrei. Dopo alcuni giorni egli mi scrisse esprimendo la sua approvazione per quelle scene. E aggiungeva: 'Non so come potrei definire questo tipo di cinema se non con l'appellativo di neorealistico'".

Comunque nel 1951 Eugenio Montale poté dire che "L'etichetta neorealistica è, almeno in Italia, di origine cinematografica", dimenticando che proprio lui aveva usato l'etichetta neo-realismo il 30 luglio 1942, in una recensione a Via de' Magazzini di Vasco Pratolini. Come si spiega questa contraddizione? Ci aiuta a capirlo Pavese, il quale nel 1950, in una intervista alla radio, parlò di "uno dei problemi più discussi della nostra cultura odierna", e cioè:“Parlo del cosiddetto influsso nordamericano, cioè non soltanto di me, Cesare Pavese, bensì di quella piccola rivoluzione che, intorno agli anni della guerra, ha mutato - dicono - la faccia della nostra narrativa. Quando si parla di Hemingway, Faulkner, Cain, Lee Masters, Dos Passos, del vecchio Dreiser, e del loro deprecato influsso su noi scrittori italiani, presto o tardi si pronuncia la parola fatale e accusatrice: neo-realismo. Ora, vorrei ricordare che questa parola ha soprattutto oggi un senso cinematografico, definisce dei film che, come Ossessione, Roma città aperta, Ladri di biciclette, hanno stupito il mondo - americani compresi - e sono apparsi una rivelazione di stile che in sostanza nulla o ben poco deve all'esempio di quel cinematografo di Hollywood che pure dominava in Italia negli stessi anni in cui vi si diffondevano i narratori americani. Come avviene che la stessa etichetta definisca con lode una cinematografia e con biasimo una narrativa, che pure sono nate contemporaneamente sullo stesso terreno intriso di succhi nordamericani?”




A questa domanda Pavese non risponde, egli nota che in effetti si può dire che gli americani hanno imparato in Europa il neo-realismo narrativo, così come adesso stanno imparando quello cinematografico, giacché le radici e i modelli storici della narrativa americana sono europei: per es. senza l'espressionismo tedesco e i russi non si spiegano né O'Neill né Faulkner, senza Maupassant non si spiegano Fitzgerald e Cain.
In altri termini, Pavese intende far notare che "non occorreva affatto uscire dall'Europa per diventare, come si dice, neo-realisti", giacché le radici del neorealismo sono in effetti europee. Comunque Pavese ci aiuta, come dicevo, a capire le contraddizioni nell'uso dell'etichetta di neorealismo. Egli sottolinea che oggi l'etichetta ha soprattutto un senso cinematografico, e un senso positivo.
In effetti: la bellezza, la forza espressiva, l'indiscusso valore artistico di film come Ossessione e Roma città aperta hanno fatto sì che l'etichetta di Neorealismo, si imponesse in modo, per così dire, autonomo rispetto all'uso, letterario, che ne era stato fatto in precedenza.


NOTE STORICHE DI CORNICE AL MOVIMENTO NEOREALISTA

La Resistenza e la crisi dell'unità antifascista
Il 25 luglio 1943 il re Vittorio Emanuele III fece arrestare Benito Mussolini e nominò capo del governo il maresciallo Pietro Badoglio. Seguirono i così detti "quarantacinque giorni" del governo Badoglio che in un clima di repressione non molto inferiore a quella fascista, fra equivoci e irresponsabilità  condusse l'Italia all'armistizio con gli anglo-americani l'8 settembre dello stesso anno.
Mussolini intanto, liberato dai tedeschi, aveva creato il governo della Repubblica di Salò. L'Italia fu così divisa in due parti: al sud e, gradatamente, al centro, la monarchia e il governo di Badoglio, seguito poi da quello di Bonomi  sotto lo stretto controllo degli alleati; al nord il governo nazi-fascista.
Prima del 25 luglio un’azione di rilievo dei partiti antifascisti, che cominciavano a riorganizzarsi, era stata la creazione quasi contemporanea nell'aprile del '43 di due comitati, uno a Roma l'altro a Milano.
Prevalentemente moderato il primo, composto fra gli altri da liberali e democristiani, con forte presenza di uomini e idee legati al regime prefascista, prevalentemente rivoluzionario e intransigente il secondo, composto fra gli altri da socialisti e comunisti, i due comitati dissentirono sulla questione fondamentale del rapporto con la monarchia, giacché i moderati tendevano ad un accordo con il re, mentre i rivoluzionari pensavano ad un rovesciamento popolare della monarchia.

Si ebbe allora, proprio alla vigilia del 25 luglio, il primo compromesso, per così dire la prima 'coabitazione forzata': i rivoluzionari accettarono il tentativo di accordo con la monarchia, i moderati accettarono l'intervento popolare nel caso la monarchia si fosse mostrata intransigente.
L'azione del re bruciò sul tempo qualsiasi altra iniziativa dei partiti, i quali cominceranno a svolgere un ruolo sempre più importante solo a partire dall'8 settembre. Poche ore dopo l'annuncio dell'armistizio, infatti, fu fondato a Roma il Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) che con il suo primo messaggio chiamava gli italiani alla lotta.

Ma questa lotta assunse forme ben diverse al nord e al sud.  Così, mentre nell'Italia del nord e in Toscana la storia dei CLN [dei diversi Comitati di Liberazione Nazionali] si intreccia con quella della lotta partigiana, quella del CLN di Roma, di Napoli e di Bari, è soprattutto storia della lotta dei partiti tra di loro, con la monarchia e il suo governo. La differenza di esperienze, accentuata da quella di tradizioni, di mentalità e di cultura, e la diversa età degli uomini - prevalendo nelle province meridionali figure legate all'epoca prefascista e in quelle settentrionali uomini nuovi - si faranno sentire fortemente quando,finita la guerra, nord e sud verranno a contatto dopo quasi due anni di separazione.
Ecco dunque che il periodo '43-'45 si rivela di importanza fondamentale per capire i problemi, le contraddizioni, i contrasti che, al di là della tensione unitaria, caratterizzano l'azione antifascista e influenzano poi la storia politica dell'immediato dopoguerra.

All'indomani della Liberazione, infatti, quando, sparito il nemico nazifascista, si posero i problemi della ricostruzione economica e della conquista del potere politico, quei contrasti che già durante la guerra erano sorti all'interno della 'coabitazione forzata' diventarono aperto conflitto.
Due realtà diverse vennero a confronto: la realtà dell'Italia del nord e quella dell'Italia del sud e parzialmente del centro. Rivoluzionaria ed intransigente la prima, giacché nel nord il clima della Resistenza aveva determinato una tensione ideale verso mutamenti profondi nella struttura del paese; moderata ed accomodante, quella del sud.

Il "vento del nord", come fu chiamato lo spirito rivoluzionario resistenziale, riuscì ad imporre il primo ed unico governo progressista dell'immediato dopoguerra: il governo di Ferruccio Parri. Dirigente di spicco della Resistenza e del Partito d'azione, Parri formò un governo con la partecipazione di tutti i partiti del CLN, ma gli obiettivi di fondo del governo erano decisamente di sinistra.
Parri si proponeva di colpire la grande industria privata e monopolistica, cercando di estendere l'epurazione agli industriali che avevano sostenuto il fascismo e di imporre una tassa che colpiva le grandi industrie. L'alta borghesia, che mirava a tutt'altro (voleva una rapida ricostruzione degli impianti industriali e la riaffermazione del potere padronale nelle fabbriche), fu naturalmente ostile al governo Parri. A questo si aggiunse l'ostilità delle classi medie, "il cui tradizionale controllo dell'amministrazione veniva fortemente minacciato dai processi di epurazione e dai poteri assunti dai CLN", e l'ostilità degli Stati Uniti d'America.

La situazione fu ulteriormente complicata dalle rivendicazioni separatiste in Sardegna e in Sicilia. A causa dei dissensi sorti su tali questioni i liberali e poi i democristiani abbandonarono il governo, che cadde il 24 novembre 1945. Con la caduta del governo Parri si chiude di fatto l'epoca della Resistenza: il 10 dicembre nasce il primo governo a guida democristiana, il primo governo presieduto da Alcide De Gasperi, "l'ultimo a realizzarsi con il consenso di tutti e sei i partiti del CLN". (2009)



Il Neorealismo: Francesco Jovine. Sintesi divulgativa 2 - A cura di Claudio Di Scalzo







IL NEOREALISMO - FRANCESCO JOVINE
(SINTESI DIVULGATIVA 2)


Al clima neorealista sono ascrivibili anche scrittori come il Moravia de “La romana”, de “La ciociara” e dei “Racconti romani”, il Vittorini di “Uomini e no”,  il Silone di “Una manciata di more” e de “Il segreto dì Luca”; il Bernari di “Speranzella”. Ma mentre questi scrittori si svolgeranno poi su traiettorie dì libera ricerca, più affiatati con la poetica del Neorealismo furono autori particolarmente sensibili ai problemi del Meridione o all'epoca Resistenziale, come Francesco Jovine, Rocco Scotellaro, Carlo Levi, Vasco Pratolini, Beppe Fenoglio e Domenico Rea.


FRANCESCO JOVINE





Nato in un piccola borgo del Molise, Guardialfiera, Jovine (1902-1950) ispirò tutta la sua opera narrativa alla vita chiusa e tormentata di quella terra e, in generale, del Sud, ma nella tematica, tutt’altro che nuova, del meridionalismo seppe, ritagliarsi, col romanzo “Le terre del Sacramento”, un personalissimo spazio che non è solo conquista di rigore etico-civile, bensì anche un approdo di di poesia narrativa.
   
Ancora impacciato fra tensioni Ideologiche e abbandoni narrativi nel primo romanzo, “Un uomo provvisorio”, impostato moralisticamente sul tema del contrasto tra citta corrotta e provincia sana, Jovine si rivelò scrittore di più adulta virtù costruttiva nel secondo romanzo “Signora Ava” (1942, dove affrescò, fra risentimenti civili e tenerezze nostalgiche, la vita immobile e dolente del suo Molise al tempo dei Borboni; ma diede la più alta misura del suo temperamento d'artista nel romanzo “Le terre del Sacramento”, uscito, postumo, nel 1950. Anch'esso ambientato nel Molise (ma ora il tempo storico è quello del Fascismo in ascesa), quest'opera racconta una serie di vicende che si svolgono in alcune tetre abbandonate dei dintorni di Isernia, già appartenute ad enti ecclesiastici e perciò dette le terre del Sacramento. Un gruppo di braccianti, guidati da un intellettuale di estrazione contadina, Luca Marano, le occupa e prende a dissodarle, sperando che l'attuale proprietario, l'avvocato Cannavale, e la sua intraprendente moglie, Laura, mantengano la promes­sa di un contratto di “enfiteusi perpetua”. L'antico feudo torna a prosperare, ma, dopa la Marcia su Roma, sulle ingenue speranze dei contadini si abbatte la reazione della politica agraria fascista. Quando, invece dell'atteso contratto, ricevono l'ordine di sfrattare, i braccianti, animati dal Marano, organizzano la resistenza. Intervengo­no a stroncarla carabinieri e fascisti, e Luca cade sotto il loro piombo. Il romanzo termina con la rappresentazione della veglia funebre sul cadavere dell'eroe. E’ un finale da antica tragedia, ma nelle parole della lamentazione che le donne intonano per il morto risuona la speranza di Jovine in un vicino riscatto della sua gente contadina: “Per noi fame e dannazione, ma per i figli paradiso e pane”.
  
Nella forte compattezza della struttura (qualche divagazione episodica, rilevata dal Cecchi, è difetto trascurabile) e nel rilievo epico-corale della narrazione. “Le terre del Sacramento” riflettono la lezione del maggior Verga. Ma il verghismo di Jovine non è un residuo letterario, bensì l'approdo quasi inevitabile di una vocazione alla lettura poetica del mondo dei vinti; e v’è ancora da rilevare che lo scrittore molisano, se accoglie, e in parte assimila, certa tecnica espressiva del Catanese (quel particolare pudore stilistico che avvolge la compassione per la vita) non si lascia sedurre dal suo fatalismo, e cerca le ragioni delle sconfitte degli umili non nell'ostilità oscura del destino, ma nelle concrete responsabilità della storia e, da buon marxista, crede nell'efficacia della lotta di classe per la costruzione di una società più umana e più giusta. Questa fede nel potere dell'uomo di modificare la realtà storica percorre tutto il romanzo, ma non scoppia mai nell'intemperanza oratoria: in nessun altro testo del Neorealismo italiano la materia ideologica si è disciolta nei ritmi dell'invenzione narrativa con la stessa naturalezza che riscontriamo nel capolavoro di Jovine.
                                                              



....continua

Il Neorealismo. Sintesi divulgativa. 1 - A cura di Claudio Di Scalzo



Elio Vittorini




IL NEOREALISMO
(Sintesi divulgativa 1)


Le istanze realistiche che si erano manifestate già nella rivista Solaria e in alcuni testi narrativi di Alvaro, Moravia, Bernari, Vittorini e Silone, apparsi nel periodo fascista, si ampliarono all'indomani del secondo conflitto mondiale (per l'esattezza, fra il 1945 e il 1955) in un fenomeno che la contemporanea storiografia letteraria designò col nome di Neorealismo riprendendo un termine adoperato, nel 1939, dal critico Arnaldo Bocelli per qualificare l'arte del giovine Moravia. Derivato non tanto da.una sicura consapevolezza teorica, quanto da una spontanea e impetuosa convergenza di scrittori, poeti, artisti e cineasti su un comune terreno d'impegno ideologico-morale e di ricerche espressive, il Neorealismo non configurò una scuola con canoni definiti, e durò appena un decennio. Ebbe però alcune costanti tematiche e formali che conferirono coerenza ed unità alla sua azione innovatrice.





ISTANZE  ETICO-CIVILI DEL NEOREALISMO

A promuovere il Neorealismo e a dargli la particolare fisionomia che lo distingue  sia dal Realismo degli anni Trenta, sia da quello del secondo Ottocento fu il fervore pionieristico con cui alcuni intellettuali, subilo dopo la guerra, calarono nella cultura e nell'arte le istanze etico-civili maturate nel clima della Resistenza. Di fronte alle rovine materiali e morali del nostro paese, appena ascito dal conflitto, questi intellettuali, specie coloro che avevano militato nelle file partigiane, avvertirono come un dovere ineludibile il bisogno di mobilitare gli strumenti letterari ed artistici sulla linea di un’azione rivoluzionaria che aveva sconfitto il fascismo ed ora apriva concrete prospettive all'ideale di un effettivo risorgimento dell’Italia attraverso il protagonismo delle masse popolari. Questa operazione fu effettuata sia nel senso della denuncia che in quello del messaggio. I neorealisti, prima attraverso la cinematografia (con Rossellini, soprattutto, e De Sica), poi attraverso la letteratura e le arti figurative, denunciarono gli orrori della guerra fascista e i mali sociali di cui pativa la società del tempo, ma anche celebrarono, quasi nuova epopea, la lotta di liberazione e precisarono il loro messaggio come atto di fede nelle virtù costruttive degli italiani e, più in generale, come speranza in una nuova alba della storia dopo la tragedia bellica. Un generoso fervore di idealità civili alimentò dunque il Neorealismo e lo caratterizzò come avanguardia: un'avanguardia più autentica ed incisiva delle precedenti, giacché, come osserva Carlo Salinari, “tendeva a riflettere i punti di vista, le esigente, le denunce, la morale di un movimentò rivoluzionario reale e non soltanto culturale”.

ASPETTI LETTERARI,  BENEMERENZE, LIMITI DEL NEOREALISMO

Sul piano strettamente letterario, gli aspetti più qualificanti del Neorealismo furono: l'opposizione alla tradizione accademica, che aveva alimentato la retorica ufficiale del regime fascista; il rifiuto delle poetiche del calligrafismo, della prosa d'arte e dell'intimismo lirico-memoriale; la condanna del mito decadente dell'arte e di tutte le forme espressive connesse alle dilettazioni estetizzanti di marca dannunziana; l'aspirazione alla “pagina vera”, densa di concretezza vitale e di immediatezza cronistico-documentaria; la ricerca di un linguaggio che aderisse il più possibile alla realtà rappresentata e si aprisse generosamente ana sintassi e al lessico dei dialetti, quando il mondo da caratterizzare fosse quello del popolo. In questi appetti non è difficile cogliere suggestioni dell'arte del Verga e dell’estetica del critico De Sanctis, ma più s'avverte l'influenza della contemporanea narrativa americana (Hemingway, Faulkner, Dreiser, Steinbeck, Caldwell, Saroyan), nota nelle traduzioni di Vittorini e Pavese e apprezzata molto in sede neorealistica sia per i contenuti epico-popolari, sia per talune novità tecniche, come la frequenza del dialogoto, il largo impiego della costruzione paratattica, dello stile nominale, delle iterazioni.
Un obiettivo bilancio critico deve riconoscere al Neorealismo letterario non solo la benemerenza d’aver moralizzato la letteratura in un tempo che ancora risentiva gli effetti delle poetiche del disimpegno e dell'evasione nel puro gioco formale, ma anche quella dì aver arricchito il nostro patrimonio artistico con testi di indubbia validità, dove l'impegno etico-civile si scioglie felicemente nel ritmo dell'invenzione fantastica e propizia la poesia. E vero però che, a guardarlo nel complesso e per l'intero itinerario del suo sviluppo, il Neorealismo dà l'impressione di un’esperienza in cui alla generosità dei propositi non abbia corrisposto la felicita degli esiti, perché assai spesso l'interesse alla cronaca scade nel cronachismo spicciolo, il proposito documentano si irrigidisce, come già accadde nel Naturalismo ottocentesco, in un rispecchiamento  meccanico e quasi fotografico; il rifiuto dell'intimismo si esaspera nell'indifferenza ai moti ulteriori della coscienza, l'impiego del dialetto s'intride di compiacimento folklorico o slitta verso gratuite volgarità. In sintesi il Neorealismo diede i primi segni nei film di Rossellini e di De Sica, e aggiungiamo l’ipotesi che proprio nel campo cinematografico (un settore più libero dalle ipoteche della tradizione) il movimento abbia esptcsso il meglio di sé. Certo è che films come Roma città apertaPaisà di Rossellini e Ladri di biciclette di De Sica, fanno lievitare la tipica materia neorealistica in una continuità  di respiro poetico che raramente si riscontra nella produzione letteraria di quegli anni. (2009)